Cap. XVI - Il giorno della vendetta

I due falsi frati si avvicinarono al portone.

"Dove andate?" li fermò un soldato.
"Hai dimenticato, figliolo, - Raniero si curvò sul bastone e sotto il sacco che portava sulla schiena - E' tempo di limosina e queste porte si sono sempre aperte davanti ai frati. Non hai qualcosa da donare pure tu?"
"Scusate, padre. - il soldato mise una mano in tasca - Ecco la mia moneta; la dono volentieri, anche se avrei preferito darla all'oste."
"Grazie, figliolo, il Cielo ti benedica. Dimmi il tuo nome, che possa ricordarlo durante le mie preghiere."
"Vuoi ricordare il nome di costui - chiese più  tardi Spaccamontagne - per punire la sua insolenza?"
"Voglio ricompensare la sua generosità!" rispose Raniero.
Entrarono nel cortile e rasentarono la Torre Granda, con la cripta e le segrete e l'emozione del ragazzo andò sempre più aumentando.
Passarono accanto alle scuderie e un servo si avvicinò pulendosi le mani sul grembiule.
"Siete venuti per l'elemosina? – domandò - Venite, vi condurrò dal conte."
Lo seguirono fino alla grande sala della mensa, dove scoppiettava il fuoco acceso del grande camino e dove, attorno ad una tavola, una dozzina di persone erano impegnate in una serrata gara di mascelle, non lasciando inoperoso nessun dente, neppure quello di un mastino accucciato ai piedi del padrone di casa seduto a capo tavola e intento a divorare, tenendolo con le mani, un cosciotto di agnello.
Per la verità, qualcuno c'era, dal dente inoperoso, anzi, dolente. Era un disgraziato chiuso in una gabbia di ferro, smunto e macilento, con due occhi affamati e spiritati e due braccia scheletriche tese verso un paniere colmo di ogni ben di Dio, che gli dondolava davanti appeso ad una corda.
Spaccamontagne si fermò a guardarlo.
"Ah,ah,ah... non darti pena per lui, frate. - il conte staccò la bocca dal pasto - E' ben pagato per patire la fame e star rinchiuso là dentro."
"Non capisco, signore." disse con voce stupita il finto frate.
"Non capisci?...h,ah,ah! Tu sei un povero frate ignorante. Saziati e lascia riposare il cervello."

Spaccamontagne era davvero stupefatto, ma Raniero aveva sentito parlare di un certo diritto dei signori feudatari, in virtù di un non ben determinato Concilio, di poter scontare in terra i peccati facendo compiere la penitenza al loro posto, dietro compenso, a servi o volontari.
Galeazzo Pisano pensava di scontare così il suo peccato di gola.
"Per scontare in terra tutti i tuoi peccati, infame, - pensava Raniero fissando lo zio - non avresti sufficienti pezzenti da pagare. Mangia, mangia. Gozzoviglia. Non sai quel che ti attende."     
Ignaro della catastrofe che stava per abbattersi sul suo capo, il conte Galeazzo continuava a portare alla bocca pezzi di carne infilati sulla punta del pugnale ed a pulirsi la bocca contro le maniche del ricco abito di velluto ricamato in oro.
Il pensiero del ragazzo corse agli occhi che si erano consumati per creare quello splendore, ma fissava con lo stesso astio anche la massiccia catena d'oro che gli pendeva sussultando dal collo e il pomo d'Adamo che si muoveva veloce: a quale ritmo, si sorprese a pensare, si sarebbe mosso, al cospetto del Duca?
"Possiamo avere un piato caldo?" sentì la voce di Spaccamontagne,  poi quella dell'uomo odiato.
"Certo. Accostatevi al fuoco."
Ubbidirono.
"Venite da lontano?"
Uno dei commensali si girò verso di loro.
"Abbiamo attraversato tutto il Ducato, da quando la guerra è finita." spiegò Spaccamontagne.
"Avete incontrato le truppe del Duca?"
"Sì, mio signore. E che Dio mi perdoni se mi entusiasmo alla violenza, per le vesti che porto, ma erano tutti valorosi."
"Ah,ah,ah. Stai tranquillo, frate. Dio ti perdonerà sicuramente. - sghignazzò il conte, poi a Raniero - Tu non parli?"
"Sono molto stanco. - il ragazzo alterò la voce con la speranza di non farsi riconoscere - Ho troppo camminato ed ho visto cose brutte, ma ora che la guerra è finita il Duca riporterà ovunque ordine e giustizia."
"Per esser stanco parli troppo, frate. Vuoi forse dire che non c'è giustizia in queste terre?"
"Venendo qui i banditi ci hanno preso il sacco delle elemosine. Sono cose non buone queste e il Duca, mio e vostro signore..."
"In queste terre io sono l'unico signore, frate. - replicò secco il conte, poi aggiunse, perentorio - Ora che vi siete scaldato ed avete mangiato, potete andare. Passate dalla castellana per l'elemosina."
I due amici si alzarono e lasciarono la stanza.
"Ricorda il volto di costui. – disse Raniero all'amico, appena fuori - Sarà il primo a pagare."

Negli appartamenti della castellana, furono ricevuti dalla nutrice della contessa.
"Venite avanti. - disse - Siete venuti per le elemosine? Venite da lontano?"
"Da molto lontano." rispesero in coro i due amici.
"Sarete stanchi ed avrete bisogno di ristorarvi." osservò la donna
"Abbiamo mangiato accanto al camino il cibo che il conte si é degnato di darci. Siamo sazi. Vorremmo solo un po' di acqua."
"Volete forse rimproverare al conte la sua scortesia verso i frati, ora che non li invita più alla sua tavola quando vengono per le elemosine?" disse la donna tendendo una brocca d'acqua.
"No, figliola, non volevo dire questo."
"Dovete sapere, allora, che è solo per onorare la memoria di madonna Francesca, che il conte ammette ancora l'ingresso al castello di mendicanti e di frati poveri."
"La memoria di madonna Francesca? – Raniero aggrottò la fronte – Che cosa significa?”
"Buoni frati! – la donna ebbe un sospiro -  Madonna Francesca non c'è più." spiegò.
"Non lei la castellana da cui ci ha mandato il conte?"
"E' madonna Giovanna la nuova castellana. Il conte la sposerà presto... Madonna Francesca è morta da tre anni."
"Non c'era una fanciulla, qui al castello? Madamigella Letizia, pupilla del conte?" domandò Raniero rendendo la brocca.
"Madamigella non vive più al castello.” rispose la donna.
“Che cosa? - non riuscì a trattenersi il giovane – Che cosa dite, buona donna?”
“Madamigella  prenderà presto i voti. E’ entrata in convento…”
“In convento?” la interruppe il giovane in tono sempre più cupo.
“Voi la conoscete, forse? Voi conoscete madamigella Letizia, buon frate? “
“L’ho conosciuta… sì!”
“Allora dovreste sapere che…  - ma a questo punto la nutrice tacque, come se temesse di aver detto troppo - Vuoi dell'altra acqua?" chiese.
Raniero scosse il capo.
“No! – disse – Ringrazia la tua padrona. Noi dobbiamo andare. La strada è ancora lunga. -  poi al compagno -  Vieni, fratel Simplicio. Un lungo cammino ci attende.” disse e lasciò la stanza, seguito da Spaccamontagne.
"E' ora di andare incontro al messo del Duca. – proruppe appena in strada - Questa tragica farsa è durata fin troppo a lungo. E’ ora di porvi fine a questa ."
"Ohhhh! - Spaccamontagne si lasciò andare in un profondo sospiro - Per il conte Galeazzo Pisano è finalmente arrivata la resa dei conti!" disse.
"Già! Quell'infame non sa che questo è il suo ultimo giorno di libertà! I fanti del Duca sono alle porte del castello e domani l’infame dovrà  affrontare la giustizia e rispondere dei suoi crimini."

 

 


Condotto davanti al Tribunale di Giustizia del Duca di Milano e sottoposto a giudizio, il capitano Galeazzo, come era prevedibile, venne riconosciuto colpevole e condannato a morte: un verdetto violento per un'epoca violenta!
"Avete riscosso il vostro avere. - disse il Duca a Raniero, dopo la sentenza - Giustizia è fatta!"
"Ho riscosso il mio avere! – fece eco il ragazzo – Perché, dunque, il mio dolore non trova sollievo?... -  esclamò, facendo seguire una lunga pausa colma di un grande dolore, poi - Ma io non sono come il conte Galeazzo, signore!”
Raniero….
“Mio padre, - riprese; il Duca di Milano lo fissava in silenzio - lo sfortunato conte Gianciotto, non avrebbe mai sparso sangue fraterno ed io non posso fare diversamente da lui."
"Il vostro animo, ragazzo mio, è nobile e generoso." esclamò commosso Francesco Sforza.
"Ho desiderato con tutte le forze di dissetarmi all'acqua dell'odio e di assaporare il pane della vendetta, - continuò Raniero - ma il loro amaro sapore non reca sollievo alle mie pene. Ho fatto giustizia, come avrebbe voluto mio padre. Lui era un uomo di pace e non amava le vendette."
"Oggi stesso rientrerete in possesso delle vostre terre, Raniero Pisano." lo rassicurò  il Duca.

Raniero ripartì per il castello quel giorno stesso e ad accoglierlo c'era tutto il contado.
Il giovane non aveva ancora incontrato il cugino Alfonso; gli era stato detto che aveva lasciato il castello il giorno della partita di caccia e che era ospite di un signorotto del luogo, in occasione dei giochi di una giostra.
C’era invece Letizia, che egli stesso era andato a riprendere al Convento delle Orsoline, dove era stata rinchiusa per punirla dei continui rifiuti di unirsi in nozze con Alfonso.
L’incontro tra i due giovani era stato assai emozionante. La ragazza, che aveva ormai perso ogni speranza di rivedere l’uomo amato, era in procinto di prendere i voti.
“Mi hanno detto che eri morto. - aveva detto gettandosi singhiozzante fra le sue braccia – Quell’infame sperava di convincermi con le menzogne e quando si è reso veramente conto che mai avrei acconsentito a diventare la sua sposa, mi ha fatto rinchiudere qui… Molto meglio questo luogo di pace che la vita al castello con quel miserabile.” aggiunse, sorridendo fra le lacrime.
“Mio grande bene! – Raniero la stringeva e Letizia,  il capo premuto contro il suo petto, non poteva vedere il lampo di malinconia che attraversava lo sguardo di lui – Non potevo morire senza prima vederti almeno una volta.” le aveva sussurrato all’orecchio.
Le sfiorava i capelli con le mani e le labbra, mentre  gli occhi vagavano intorno alla ricerca di qualcosa… di “qualcuno”, in verità.
Ma non c’era nessuno. Con suo grande stupore, non vedeva né sentiva l’opprimente presenza che lo aveva inseguito per quattro anni: ora che Letizia era nelle sue braccia, però, per la prima volta, doveva confessare a se stesso di aver paura.
Insieme erano tornati al castello.
Qui, li avevano lasciati da soli in quello che era stata un tempo l’appartamento  di madamigella
Letizia.
 

I due giovani sedettero sul soffice cuscino che ricopriva una panca, stettero a guardarsi in silenzio, poi lui le sussurrò all’orecchio:
“Il cuore ti ha parlato?”
“Dal giorno della tua partenza.” rispose lei alzando lo sguardo e protendendo il volto in cerca di carezze.
L’ultimo chiarore del sole morente, intanto, sfavillava nelle gocce di pianto che le solcavano il bel volto; il canto delle cicogne che avevano nidificato tra le canne del fossato intorno alle mura, arrivava stridulo e insistente.
Raniero con una mano le scompigliò i capelli legati sulla nuca e trattenuti da un nastro colorato e con l’altro le circondò la vita e l’attrasse a sé,  stringendola  forte al petto.
Occhi negli occhi, si fissarono in silenzio, tremanti d’emozione, prima di accostare le bocche  e farvi combaciare le linee delle labbra. Arrotondate e carnose, quelle di lei e un po’ più sottili quelle di lui.
Sebbene a tenerli uniti fosse solo quel contatto e le dolci angolazioni del corpo di lei che gli scivolava addosso, morbida e calda, Raniero si sentì incatenato come da una forza invisibile, dolce e misteriosa.
Dimentico di ogni cosa, pene, angosce e vendette compiute e da compiere, il ragazzo  trattenne la bocca di lei e le liberò i lunghi, setosi capelli dal nastro che li legava.
Letizia tirò il capo all’indietro, offrendo alle labbra di lui quella curva morbida e tenera, fra la gola e il seno, che egli aveva tanto sognato in quegli ultimi quattro anni ed in cui tuffò le labbra con avidità. Morbide anche le braccia, che lei gli passò attorno al collo come dolci e delicate catene, infine, lei gli posò il capo sulla spalla.
Pian piano, con infinita delicatezza, lui allentò la stretta, ma con le mani continuò ad accarezzarle la schiena; salì fino al collo, raggiunse la nuca.
Lei staccò le braccia dal collo e gli circondò il busto, poi anche lei percorse la schiena di lui, salì fino al collo, ma non riuscì a raggiungere la nuca. Pure così, egli rabbrividì di piacere e continuò ad esplorarla ed accarezzarla, fino a quando un rumore alle spalle non li staccò l’una dall’altro: uno dei fanti del Duca si era fermato alle loro spalle.
I due giovani si guardarono intorno e si sorrisero, poi Raniero si alzò.
 

                                                                  ***********

Ignaro degli ultimi avvenimenti, il figlio di Galeazzo Pisano rientrò al castello quello stesso giorno con le ultime luci del pomeriggio.
Appena messo piede nel cortile, i fanti del Duca lo fermarono e circondarono lui e i due cavalieri che lo accompagnavano, intimando loro, con le lance puntate, di smontare di sella.
Prima che il giovane Pisano potesse fare o dire qualcosa, il messo del Duca gli si parò di fronte con una pergamena in mano; due fanti, intanto, avevano afferrato per le briglie il cavallo che cominciava a dare segni di nervosismo.
Stesa la pergamena con gesto solenne, il messo del Duca cominciò a leggere:
"Investito dell'autorità di Console Ducale, io, Guglielmo Galeno, per volontà del mio signore, Francesco Sforza, Duca di Milano per grazia divina, visti gli atti del processo solennemente svolti dal Tribunale alla presenza del Duca, vista la convocazione dell'accusato, Galeazzo Pisano, davanti al Duca e l'esecuzione di detta convocazione, esaminati gli atti di istruttoria raccolti sul caso, le deposizioni e le attestazioni dei testimoni: dichiariamo non avente diritto alcuno sui beni e sul nome dei conti Pisano, il detto Alfonso, figlio del già citato Galeazzo, Capitano di Ventura, sottoposto a processo. Ordiniamo..."
Alfonso, che dopo un primo comprensibile atto di collera e di sconcerto aveva finalmente compreso la situazione, non lasciò al funzionario del Duca il tempo di finire la lettura.  Guardandosi intorno con l’espressione dell’animale braccato  con un violento, quanto imprevisto strattone  si liberò dei due fanti che lo avevano preso in consegna, riuscì a neutralizzare altri due o tre soldati e si dette alla fuga in direzione delle segrete.
Gli si posero tutti alle calcagna.
"Non può andare da nessuna parte, resterà  intrappolato là sotto." esordì Spaccamontagne che stava arrivando in compagnia di Raniero.
"Io so bene dove quel serpente vorrebbe  andare a nascondersi. - replicò Raniero - Seguitemi."

Correndo in direzione del portone e del ponte levatoio e trascinandosi dietro fanti e servitori, il ragazzo raggiunse il muro esterno della Torre Piccola e qui si fermò, come in attesa.
E l’attesa durò solo pochi attimi e subito dopo, una porticina abilmente occultata nel muro, si aprì cigolando e nel vano si stagliò la figura di Alfonso.
“Credevi di essere l’unico a conoscere i passaggi segreti che conducono fuori del castello? Per tua disgrazia li conosco tutti… uno ad uno… Venivo a nascondermi per evitare frustate.”
"Maledizione!"  imprecò il fuggiasco.
"Ehi, moscardino! - Spaccamontagne lo prese per una delle ricche maniche sbuffanti della tunica - Dove credevi di andare?"
"Da qualche  sgherro fedele… se ancora ne ha!”
“A giudicare dalle chiacchiere di quella locanda… ah,ah.ah. non credo proprio.” ghignò  (Spaccamontagne, stritolandogli  quasi l’esile braccio nella ferrea presa della mano poderosa.
“ Alfonso Pisano – disse serio Raniero - ti consiglio di metterti nelle mani della Giustizia." disse Raniero,
“Hai sentito il tuo padrone, piccolo lestofante? – interloquì Spaccamontagne – Il tuo signore ti ordina di metterti nelle mani della Giustizia.”
“Basta così! – riprese Raniero, poi  – Prendetelo e portatelo via.” ordinò ai fanti del Duca, poi si girò in direzione di Letizia che stava giungendo correndo trafelata e lo chiamava.
"Raniero... Raniero, cosa accade?"
"Nulla, mio bene. Non succederà più nulla che possa turbare la pace di questa casa." rispose il ragazzo tendendo le braccia, ma un urlo, alle sue spalle, lo costrinse a voltarsi: appena in tempo per ricevere in pieno petto il pugnale di Alfonso, che gli si era avventato contro con furia cieca.