CAPITOLO V - LA FESTA della GOCCIA prima parte

CAPITOLO  V -   LA FESTA della GOCCIA      prima parte
Rimasta da sola, Isabella posò il capo sul cuscino.

“Voglio tornare a Tebe – pensava sottovoce – Voglio sapere quale delle figlie del Faraone, gli ambasciatori di Ugarit hanno scelto per il loro Re.”
Osor le si avvicinò, ma scosse il capo.
“Morirà, la mia signora, se tornerà ancora nel tempo che non le appartiene.” l’ammonì.
Anche Isabella, però, scuoteva il capo; la sua mente era un vulcano e faticava a tenere insieme pensieri e sensazioni o, più esattamente, frammenti di pensieri e sensazioni che appartenevano a due vite diverse, vissute in due tempi diversi e che mai avrebbero potuto formare insieme un unico mosaico di vita.
Capirlo era stata una folgorazione, ma accettarlo era quasi impossibile.
“Non corro alcun pericolo.” rispose caparbia.
“Morirai. – la voce della prodigiosa creatura era dolce ma inquietante e faceva fremere l’aria nella camera-sepolcro come frullio d’ali – Morirai, perché colei che ti ha preceduto, la principessa Nefer di Tebe,  morirà!”
“Io non voglio che la principessa Nefer muoia!” replicò la ragazza.
“Così sarà! – fece l’altro con espressione sfingea  stampata sul voltom– E’ già deciso!”
“Io tornerò laggiù per impedirlo... Ho una ragione valida per farlo.”
“A nessuno è permesso cambiare il corso del proprio destino… né entrare nel destino di altri.”
“Non voglio entrare nel destino di nessuno, ma voglio impedire che la principessa muoia e so come fare… chiederò aiuto al principe Thutmosis.”
“Anche il principe Thumosis di Tebe morirà.” continuò implacabile Osor.
“Allora sono due le ragioni per tornare laggiù, ma prima dimmi… quando morirà Thutmosis? Voglio saperlo.”
“La Notte della Goccia. – rispose Osor – Il principe morirà durante le Feste della Notte della Goccia.”
“La Notte della Goccia?... il quindici del mese di Thot! – esclamò con accento preoccupato Isabella – La notte del Ferragosto? Cioè questa notte? Che cosa accadrà questa notte? – domandò con voce incalzante la ragazza - Dimmi, Osor, che cosa accadrà a Thutmosis questa notte?”
“Il principe di Tebe questa notte  berrà alla Coppa della Verità e si incamminerà per la Terra che gli uomini mischia.”
“ La Coppa della Verità?... significa che morirà avvelenato. Santo Cielo!...  – impietrì - Devo correre laggiù. Ti prego, Osor… ti ordino di mandarmi laggiù!” 
E Osor posò il prodigioso indice sulla sua fronte e subito ogni cosa intorno a lei andò dolcemente sfocando in un etra fluido, leggero ed impalpabile, entro cui andò incamminandosi, libera e staccata e sempre più lontana.

“Nefer… - una voce fluttuò in mezzo all’aria rarefatta, quasi impercettibile – Nefer… Nefer…”
“Chi mi chiama?” pensò a bassa voce.
“Nefer. – ancora quella voce, la sua eco bassa e prolungata – Nefer, ma perché non mi ascolti?”
Isabella aprì gli occhi e l’aria andò espandendosi intorno a lei, più chiara e nitida. Sorrise, cosciente di essere là, lontana nel tempo. Il sorriso era quello di Isabella, ma lo sguardo era quello di Nefer: un sorriso lucente e radioso, così simile al lucernaio appeso alla parete del Laboratorio di Kamose.
“Thutmosis!” gridò, lasciando il posto di posa che Kamose le aveva assegnato – Kamose era lo scultore di corte e Nefer era nella sua bottega perché egli affidasse la sua immagine all’Immortalità.
“Dolce Figlia di Iside,. – lo scultore le prese un braccio – permetti all’indegno Kamose di toccare la tua sacra persona affinché possa riportarti in posa.”
Nefer-Isabella tornò ubbidiente all’immobilità.
La statua che la riproduceva, un blocco dalla struttura a parallelepipedo, atto ad esaltarne la figura, era quasi completata e Nefer si compiaceva a sfiorarla  con lo sguardo e il sorriso; guardava il fluire leggiadro delle linee di contorno e l’elegante rifinitura dei particolari.
C’erano molte statue in lavorazione nel laboratorio, che principi e dignitari di corte avevano commissionato per la loro tomba e molti blocchi erano appena giunti dalle cave. Su alcuni erano ancora appoggiati i fogli quadrettati che riportavano le proporzioni delle statue, fedeli alla linea del blocco, adattando così il modello alla pietra e non viceversa.
“Andiamo. – Thumosis tornò alla carica – Vieni con me, Nefer. Ho qualcosa da farti vedere.”
Negli occhi del ragazzo c’era un scintillio di gaiezza che era contagioso e prima che il povero Kamose potesse replicare, Nefer seguì il fratello; Thutmosis la prese per mano.
“Come faremo ad uscire dal Palazzo?” domandò lei.
“Con questa confusione non sarà difficile, se indosserai vesti da serva come ho fatto io.” 
Il principe Thitmosis, infatti, indossava un perizoma dal colore indefinibile e niente altro e tese alla ragazza una modesta tunica di canapa sottratta a qualche ancella.
Pochi attimi dopo i due fratelli sgattaiolarono fuori, oltre il portico della corte esterna su cui si aprivano i laboratori degli scultori di corte. Strisciarono veloci come le ombre del pomeriggio sui muri e furono fuori della Porta Grande.
Nefer si sentì subito il più libero degli ibis e il più felice dei loti e una gran tenerezza la prese, per il viale, le palme, i sicomori e per ogni cosa.