CAPITOLO VII - Per le vie di Tebe

CAPITOLO  VII  -  Per le vie di Tebe

Quella non era la prima volta che Nefer e il principe Thotmosis si allontanavano di soppiatto da Palazzo per raggiungere la necropoli, sulla riva occidentale del fiume.
L’indomani, di buon’ora, i due fratelli raggiunsero il posto convenuto: il Pilone di Ammon-Ra. Il faraone Ramesse lo aveva fatto costruire più di venti anni prima, in coppia con un altro dedicato a Ptha-Osiride.
Costituiti da due massicci torrioni decorati con scene che vedevano il Sovrano vincitore sui nemici, i Piloni fiancheggiavano le Porte di accesso di Templi e Palazzi e fungevano da monumentali ingressi.               
Nefer non era da sola quando giunse all’appuntamento e il fratello non mostrò eccessivo entusiasmo per la presenza del ragazzo che era in sua compagnia e col quale mostrava d’essere in ottima intesa.
“Chi è lui?” domandò subito.
“Viene con noi nella Città dei Morti.” disse lei per tutta risposta.
“Ti ho chiesto chi è.” insisté il fratello.
“Il suo nome è Xanto, principe di Troia. E’ arrivato in Egitto con re Menelao, suo prigioniero ed ha…”
“Che cosa ci fa in tua compagnia?” la interruppe Thotmosis con accento severo.
“Sto aiutandolo a fuggire.” rispose con disarmante candore la principessa.
“Devi aver perso il senno, sorellina! Non puoi aiutare il prigioniero di un ospite del Faraone a fuggire.”
“Ho promesso di aiutarlo a lasciare la città e questo farò. Speravo nel tuo aiuto, ma se ti rifiuti, chiederò a qualcun altro di aiutarmi.”
“Non ho detto che non voglio aiutarti. – replicò il fratello; il principe troiano non aveva ancora aperto bocca – Ho detto che non è una buona idea!”
“Invece sì! – questa volta fu Nefer ad interrompere il fratello e con un tono che non ammetteva repliche – Xanto è un principe di sangue ed io ho immaginato i miei fratelli… ho immaginato te, schiavo  del tuo nemico e l’idea mi è parsa pesante da sopportare. Per questo voglio aiutarlo. Se tu conoscessi le traversie che ha dovuto affrontare… racconta… racconta, Xanto. Racconta anche a lui quello che hai detto a me… Racconta.”
“Avevo due anni quando le vele achee…” esordì Xanto, ma Thotmosis lo interruppe:
“Mi racconterai tutto sulla strada per la Città dei Morti. – disse – Ora è meglio allontanarsi da qui e cercare qualcuno che ci traghetti dall’altra parte. Venite… Venite.”

Soddisfatta della velocità e facilità con cui aveva trascinato il fratello in quell’impresa, la principessa Nefer lo gratificò del più smagliante dei sorrisi, poi si apprestò a seguirlo.
Sulla scia di un gruppo di forestieri che andavano in direzione del fiume, i tre ragazzi lasciarono il Pilone.
Le strade erano affollate. Di qua giungevano le grida del barbiere che raccomandava i clienti di attendere pazienti il loro turno e di là quelle del venditore di pane e ciambelle che invitava la gente a comprare la sua merce fumante. A destra un sarto e un calzolaio con aghi d’osso e arnesi di rame tagliavano e cucivano all’aperto ed a sinistra venditori di ventagli invitavano i passanti a liberarsi del fastidio delle mosche; un fabbricante di calzature, dal canto suo, assicurava piacevoli passeggiate con ai piedi i suoi sandali e  un venditore di fibule e collane elogiava la bontà della sua merce esposta.
Ogni cosa, gesti e parole, si svolgeva sotto l’occhio vigile di guardie armate di verghe e funzionari provvisti di calami e papiri.

Attraverso una selva di mura e colonne, il gruppetto raggiunse il porto e il quartiere più turbolento della città. Qui, stradine e stretti vicoli vennero incontro saturi di odori: quello di pane appena sfornato stuzzicò immediatamente il loro giovane appetito.
Lungo quei vicoli si aprivano numerose bettole e si ammassavano le case di fango della gente più povera, simili ad un gregge di pecore sorpreso dal temporale.
I tre ragazzi percorsero una di quelle stradine; in fondo, si apriva una distesa gialla di grano che sembrava un immenso mare d’oro. La stagione della siccità aveva raggiunto il culmine ed una moltitudine di persone affollava i campi. Mentre i bambini giocavano e si ruzzolavano per terra, uomini e donne mietevano il grano, lo pulivano dalle impurità e lo caricavano su pesanti carri.
I tre passarono accanto ad un gruppo di uomini che con lunghi forconi raccoglievano il grano per farlo passare in un setaccio rettangolare: la resa, sotto lo sguardo vigile di due Funzionari del Dicastero dei Lavori Regi, avrebbe determinato la misura dell’imposta da applicare.
Gruppi di persone accovacciate per terra riparavano attrezzi, altre cercavano di tenere lontano gli uccelli e gruppi di donne  reggevano in testa grosse ceste di datteri, fichi e melograni: il loro profumo riempiva l’aria.

Avanzando indisturbati, i tre raggiunsero un pontile dove imbarcazioni di ogni forma e dimensione caricavano e scaricavamo merci.
“Vorrei restare qualche giorno ancora a Tebe. – esordì Nefer girandosi a guardare un operaio coperto di polvere da capo a piedi, che con una ciotola riempiva di grano un sacco retto da un bambino – Invece a corte stanno facendo già i preparativi per tornare a Pi-Ramesse.”

Pi-Ramesse, fatta edificare con dovizia di mezzi dal faraone Ramesse II, era la residenza che i sovrani della XIX Dinastia avevano fissato per se stessi e la corte.

“Il Faraone desidera tornare a Pi-Ramesse per seguire i lavori al Tempio dio Ra.- spiegò il fratello – Ha dovuto trascurarli, da quando ha mosso guerra contro le tribù dei Libu e dei Mashwash, ma tornerà a Tebe per il Giubileo.”
“Aspetta…”
Nefer si fermò per raccogliere una manciata di grano e deporla nel sacco di vimini retto dal ragazzino.
“Ma che fai? Vieni!” la sollecitò Thotmosis, prendendola per un braccio; Nefer resistette agli strattoni del fratello e poi intonò:
              “Chiccolino dove sei?
               Sono sotto terra, non lo sai?
I due ragazzi la guardarono e si scambiarono un’occhiata; anche il ragazzino, che aveva chiuso il sacco e lo stava sollevando da terra, la fissò stupito; Nefer continuò:
    “E là sotto non fai nulla?
     Dormo dentro la mia culla.
     Dormi sempre, ma perché?
     Voglio crescere come te.
     E se tanto crescerai, chioccolino che farai?       
     Una spiga metterò e tanti chicchi ti darò.”
“E questa che cos’è?” domandò alla sorella Thotmosis, al ché, il principe Xanto disse:
“La principessa Nefer canta come un citaredo dell’Arcadia… Dove la gente è felice, contenta e un po’ strana.” aggiunse con un sorriso.
“Da qualche tempo anche la mia sorellina è un po’ strana, vero Nefer?”
“Aspettate.” fece per tutta risposta la ragazza. Una giovane donna, intanto, con un bimbo in spalle e una cesta in mano, s’era avvicinata per aiutare il ragazzino a chiudere il sacco. Ignorando la sua vera identità, disse:
“Che cosa vuoi, ragazza?”
“Nulla.” rispose Nefer facendo spallucce e allontanandosi per seguire i due ragazzi.
“E’ una bella filastrocca.” sorrise il principe troiano girandosi a guardarla con quella dolce insistenza con cui si contempla un prodigio; intanto, il canto delle cicogne che nidificavano tra le canne del fiume, giungeva sommesso.
“Isabella… è lei che la recita spesso.” spiegò.
“Isabella? – fece eco Xanto – Che nome strano!”
“E’ il nome che ha preso l’altra me stessa… - una pausa per un sorriso, poi la principessa proseguì – Isabella è colei che verrà dopo di me, nei tempi che verranno dopo questi.”
“L’altra te stessa? Non capisco quello che dici.”
Xanto la guardava con sempre crescente stupore.
“L’hai sentita? – interloquì Thotmosis – Ti ho detto che da qualche tempo dice cose strane.”
“Le ragazze dicono spesso cose strane. – Xanto scosse il capo sorridendo, ma ridiventò subito serio – Anche Cassandra, una delle mie sorelle, diceva spesso cose strane… Nessuno le dava ascolto. Oh!… - la voce gli si incrinò – Parevano cose senza senso anche quando profetizzava la caduta della nostra città. Quando mio fratello Paride condusse a Troia Elena, la Regina di Sparta, lei mise in guardia la mia gente dal pericolo che incombeva. Pianse e scongiurò, ma nessuno volle crederle e invece…. Invece le sue visioni erano vere… Se solo le avessero ascoltate, i Saggi e il Re di Troia…”
Nefer e Thotmosis ascoltavano in silenzio: conoscevano la storia di Cassandra e dell’indesiderato dono della preveggenza inascoltata; ebbero un sospiro e ripresero la strada.
Proseguirono, ma si fermarono dopo pochi passi ad osservare le operazioni di carico di alcuni blocchi di pietra. Erano stati caricati su due slitte e assicurati a robuste corde, spesse quanto il polso di un uomo. Altre due slitte erano già pronte, con il carico coperta da stuoia, a bordo di una chiatta pronta a partire.
I tre aspettarono per un pezzo prima che tutte le slitte fodero caricare e la strada dichiarata libera poi si allontanarono.
Seguendo le orme lasciate nel fango da qualche carro pesante, raggiunsero la strada del porto.
Era un’arteria affollatissima: gente povera, a piedi scalzi e i laceri perizomi e gente ricca, con vesti di lino pregiato o fresco di bucato.
C’erano mercanti e pescatori, funzionari e barcaioli, soldati e lavandai, ma, in quella stagione, c’erano soprattutto raccoglitori di loto e canne di papiro.
Qui, i cespi erano più bassi e meno sviluppati di quelli del Delta e, per questo, meno pregiati, ma anche i rischi erano minori: non c’erano acquitrini, né sabbie mobili e anche il numero di coccodrilli ed ippopotami era inferiore.
Un carro carico di anfore  passò sfrecciando al loro fianco, grosse e panciute, chiuse con tappi di argilla, contenevano birra e portavano inciso il nome del birraio, il luogo e la data di fabbricazione.
Benché la gente, soprattutto i contadini, fabbricassero da sé la birra, quello del birraio era uno dei mestieri più lucrosi ed apprezzati.

“Perché non entriamo in una di queste taverne? – propose  Nefer con disarmante candore – Quest’aria calda mi soffoca. Gradirei un boccale di birra.”
“Ah.ah.ah… - scoppiò a ridere Thotmosis – Tu, un boccale di birra!”
Neanche Xanto riuscì a trattenere un sorriso divertito.
“Che cosa c’è di male? – replicò in tono seccato la principessa di Tebe – Quaggiù nessuno conosce il principe Xanto. Avanti. Entriamo.”
Scambiatasi una breve occhiata i due ragazzi si infilarono, seguiti dalla ragazza, in una di quelle aperture da cui proveniva allegro vociare. Sulla facciata campeggiava una vistosa insegna con la scritta “Le Fauci del Coccodrillo”.
La taverna sorgeva al centro del porto, strozzata da steccati, terrapieni e cataste di legna. Aveva l’aspetto di una barca in disuso ed era a due piani, però non si vedevano scale all’esterno. Accanto all’insegna erano appese due lanterne.
Era mattino presto e l’odore pungente delle immondizie date alle fiamme dagli addetti alla pulizia delle strade feriva le narici; i tre si lasciarono il puzzo alle spalle.
Thotmosis scelse un tavolo vicino alla porta e un servo si avvicinò immediatamente, chiedendo:
“Cosa volete?”
“Tre coppe di birra. - ordinò Thotmosis, tirando fuori della cintura del perizoma un pezzo d’oro – Basta per pagare tre birre?” domandò girandosi verso i compagni, come a chiedere conferma.
Nefer si rese conto di non conoscere il valore del denaro ed ebbe il sospetto che neppure il fratello fosse pratico di conti.   
“Sufficiente per le prime tre coppe, - il servo mostrò, invece, di aver compreso appieno la situazione – Per le successive, però…”
Xanto lo interruppe subito:
“Questo pezzo d’oro – precisò – è buono per le prime tre e anche per le successive, se ne ordineremo. Ed ora portaci subito da bere.”
Il servo cambiò immediatamente atteggiamento, rispose che li avrebbe serviti subito e si allontanò.
Consumando l’attesa nel guardarsi intorno, i tre cominciarono a fare apprezzamenti sul locale.
Il materiale da costruzione di tutta la locanda, dal pavimento alle panche, era vecchio legname ricavato da barche in demolizione.
Nefer passò l’orlo della tunica sul tavolo per liberarlo delle briciole lasciate dall’ultimo avventore e Xanto, additando una delle assi:
“Queste tavole provengono dallo scafo della nave di Idomeneo.” disse.
“Chi è questo Idomeneo?” domandò Thotmosis.
“Un guerriero acheo. – rispose Xanto accostando alle labbra il boccale con la birra che il servo aveva appena posato sul tavolo e bevendo a piccoli sorsi – Trasportava i cavalli di Reso.”
“Ho già sentito questo nome.” disse  Thotmosis.
“Era un alleato troiano. – spiegò Xanto – Un oracolo gli aveva predetto che se avesse bevuto acqua di fonte del fiume Scamandro insieme ai suoi magnifici cavalli, Troia non  sarebbe mai stata espugnata… Lo Scamandro – aggiunse – scorre nella pianura della mia terra perduta.”
“Mi dispiace!” esclamò Nefer.
“Che cosa è successo?” domandò Thotmosis.
“Un infido e astuto guerriero acheo di nome Odisseo e il suo degno compagno, Diomede, tesero un tranello al valente guerriero Reso,  l’uccisero e caricarono i suoi cavalli sulla nave di Idomeneo, al seguito di re Menelao. – il principe troiano fece seguire una seconda pausa ed intanto addentava una delle focaccine al miglio che una servetta aveva appena posato sul tavolo – Io ero su quella nave, prigioniero del mio odiato nemico, quando fu affondata, nello scontro con alcune navi troiane in fuga… Fu in quella occasione che fui condotto a bordo della nave del Re di Sparta, suo prigioniero… da dove, poi, sono fuggito, appena toccata questa terra.”
“Hai lottato per la tua terra ed ora lo farai per la tua libertà e noi ti aiuteremo.” esclamò solennemente il principe Thotmosis, posando il boccale vuoto sul tavolo ed avviandosi verso l’uscita. Gli altri due lo seguirono immeediatamente dopo.