Le insidie del deserto

Le  insidie  del  deserto

Agar e Ismaele nel deserto, scacciati da Abramo

Lasciai Mambre quello stesso giorno. A Sara non rivolsi la parola nell’accomiatarmi dalle donne e ad Abramo, che assicurava per me e mio figlio

la protezione del suo Dio, risposi che non ne avevo bisogno. A lui che piangeva il figlio che stava scacciando, dissi che il suo era un pianto che non lavava la colpa.

Scortati da un gruppo di pastori guerrieri con il compito di accompagnarci fino alla pista del Sinai, dove era accampato l’esercito egiziano, una volta ancora mobilitato in Siria, Abramo ci lasciò andare, me, Ismaele e Shannaz.

In una bisaccia appesa al dorso di un asino c’era il necessario per affrontare un viaggio che, secondo le sue previsioni, doveva essere breve e senza pericoli.

Conteneva acqua, cibo, coperte, ma anche sacchetti con medicamenti contro punture d’insetti, serpi e scorpioni, che il giovane Kaleb aveva preparato per noi.

Superammo le querce e i magri campi di grano maturo e prossimo alla mietitura. Prima di mettere piede sulla strada polverosa e gialla, guardata a

vista da scheletriche sentinelle che tendevano al cielo i rami secchi e magri, congedai la scorta. Qualche timida protesta e gli uomini di Abramo ci

lasciarono in quella terra desolata che non ero riuscita mai ad amare.

Nell’allontanarmene, cercavo soltanto l’oblio, che è il miglior rimedio contro ogni sentimento. Cercavo la malinconia, quella profonda e piena, che non ama essere consolata e che aspetta di esaurirsi in se stessa.

“Andiamo, madre.” disse Ismaele afferrando la corda che legava l’asino e insieme affrontammo il cammino.

Da lontano giungevano angosciosi latrati: qualche sciacallo in cerca di cibo.

Ismaele d’istinto pose mano al coltello in metallo ittita. Era un dono del

Faraone e il suo valore era dieci volte superiore a quello dell’oro. Abramo ne aveva fatto ricoprire il manico con una foglia d’argento, secondo l’uso mitanne.

“Non angustiarti, madre.- m’incoraggiò – Raggiungeremo presto l’avamposto egiziano e il nostro amico Osor avrà cura di noi.”

Le sue parole parevano rotolare sulle sabbie come sassi roventi. Non erano di rimprovero per il padre, ma solo di sollecitudine nei miei confronti. Ma io non ero angustiata.

“Presto sarò a Tebe! Presto sarò nuovamente a casa insieme a mio figlio.” continuavo a ripetermi.

In realtà, non sapevo davvero cosa sarebbe accaduto d’ora in avanti. Il futuro è un’ombra sbiadita che precede il cammino di ognuno di noi.

Nella vita ci si separa per prendere strade diverse. A volte si torna, a volte no.

Quali immagini, quali ombre, quali sogni, quali delusioni ci sarebbero venuti incontro dal futuro? Chi parte e non è ricordato, chi muore e non è rimpianto, chi torna e non è riconosciuto, è come colui che non è mai nato. Cosa sarebbe stato di noi? Chi mi avrebbe riconosciuto, a Tebe?

“Madre…”

Ismaele mi richiamò al presente e mi bastò uno sguardo attento su quanto ci circondava per capire che avevamo smarrito la strada per la pista del Sinai. Il deserto non offre punti di riferimento, come la campagna o la città. Perdersi è facile. Miraggi di cose in lontananza, sfocate e fluttuanti, distorcono la realtà e la dimensione delle cose. Lasciarsi catturare dai meandri di visioni ed illusioni, è molto facile.

Continuammo a vagare. Intorno a noi il silenzio assoluto era rotto solo dal rumore della sabbia smossa dal vento. In alto nel cielo, sopra le nostre teste, il sole picchiava implacabile. Vagammo come la sabbia ed insieme alla sabbia, che costruiva e demoliva cumuli e piccole dune, secondo il capriccio del vento; una sabbia sottile e rovente, che penetrava ovunque: nei sandali, sotto le vesti, tra i capelli e perfino in bocca tra i denti.

“Ho sete, madre.” Ismaele rallentò il passo.

Shannaz fermò l’asino e staccò un orcio dalla soma; l’acqua al suo interno era dimezzata, la sabbia era entrata pure là dentro e dal becco usciva mista all’acqua. Cercai nella tasca del mantello qualcuno dei chicchi di sale che Keturah vi aveva messo assieme ad un amuleto e purificai l’acqua prima di porgerla a Ismaele. Lui avanzava a capo chino e senza un lamento. Lo avvolsi col mantello e lo guardai procedere, quasi soffocato dalla trama fitta di quel grezzo tessuto di lana, ma protetto da tanta ingiuria.

Anche io e Shannaz ci coprimmo il capo con un telo di lana grezza; l’asino avanzava dondolando e Shannaz dondolava dietro di lui, aggrappata ad una delle bisacce.

“Ci siamo persi, madre?” domandò Ismaele girandosi verso di me; il mio silenzio gli fu eloquente.- Non temere, madre. – mi sorrise rassicurante – Non temere. Ritroveremo la pista.”

Non trovammo piste. Ad ogni passo il deserto, aspro e irrequieto, arso e rischioso, andava inghiottendoci come in un ventre ingordo. Sparse ovunque, intorno a noi, c’erano carcasse di animali e ossa spolpate. Forse umane. Il vento dopo un pò cessò di tormentarci, ma la calma che ne seguì, assoluta e quasi innaturale, mi spaventò ancora di più. L’aria calda che si levava dal suolo diventava rovente e la luce accecante. Un’ombra, d’improvviso, si materializzò in mezzo a tanto bagliore, frondosa e verde: una quercia, che ci offriva ombra e

riposo.

(continua)