Cap. II La Maledizione - prima parte

Cap.  II  La Maledizione    -  prima parte

Il primo reperto ad essere portato fuori della cripta, nella notte avanzata, fu il sarcofago, un mirabile oggetto in legno pregiato, dorato e splendidamente dipinto. Sul coperchio erano raffigurate le dea Nefty, nell’atto di accogliere la defunta nell’Aldilà, ed un’alata dea Nut in ginocchio e con il capo ornato dal Disco Solare. Sui lati, tra due Occhi Sacri, che racchiudevano un “augurio di felicità” era inciso un nome: Nefer.
Il professore cominciò a leggere:
     “Destati dal sonno,
      tu che della Morte hai vinto la paura
      Lascia il seno della terra…”
Hammad riportava a penna su un foglio, parola per parola, quanto quei geroglifici andavano rivelando:
       “Vai a rivedere la Luce
        con animo puro e pronto
        dalla Rivelazione della Grande Iside.”
“Sembra di leggere un fumetto a colori.” disse Isabella.
“Proprio così! – assentì il fratello – E guarda i colori: sono vivi e brillanti come appena usati.”
“Ci saranno diverse bare anche in questo sarcofago, come fu per il faraone Thut-ank-Ammon e la regina Msitambashru?” domandò Omar.
Abile fotografo di antichità, Omar era anche ricercatore dilettante ed appassionato.
“E’ probabile! – rispose il professore – Le bare erano quasi sempre più di  una e contenevano tutti gli oggetti preziosi di cui il defunto amava ornarsi da vivo.”
“E’ stato proprio questo costume a favorire il fenomeno del saccheggio delle necropoli.” osservò Hammad.
“In effetti! – assentì il professore – E non solo in tempi recenti, ma anche e soprattutto in quei momenti di crisi istituzionale che seguirono ai vari Regni.”
“Io vorrei proprio vedere che cosa c’è qui dentro.” interloquì Alì, facendo il suo ingresso con una fumante tazza di caffè.
“Mi dispiace, Alì, ma questo sarcofago resterà chiuso. – sorrise Alessandro – Si dovrà trasportarlo a Il Cairo prima di fare qualunque intervento. Le leggi del tuo Paese sono assai severe in proposito.”
“Peccato! – replicò il ragazzo  - Mi sarebbe piaciuto vedere la faccia di Isabella fra qualche migliaio di anni, ah.ah.ah…” rise.
“Effettivamente, la somiglianza di Isabella col volto di questa statua è impressionante!”
Alessandro sollevò lo sguardo dall’istantanea di un particolare del sarcofago che Omar gli stava mostrando e guardò la sorella;  anche Alì guardò la ragazza, poi spostò lo sguardo su una statua della principessa Nefer che due operai stavano preparando per il trasporto.
“E’ una somiglianza impressionante.” ripeté.
“Credete che sia proprio la statua della principessa Nefer?” chiese Omar.
“Ne sono quasi certo. Vedi, Omar, la statua egizia era sempre “qualcuno” e non soltanto una riproduzione in un materiale qualunque. A volte era un messaggero, come quella di quell’uomo che inviava messaggi dalla moglie morta da cui si sentiva perseguitato; a volte era un Protettore,
come la statua di Ramesse III posta ai margini di una pista nel deserto. Poteva anche essere un Garante, come nel caso di questa statua e di moltissime altre…”
“Che cosa significa?”
“Significa che dovevano garantire contro il rischio di distruzione del corpo fisico. Sì!...Sono certo che questa sia la statua della principessa che riposa in questo sarcofago.”
“Sembra il ritratto di Isabella… Nefer… - Alì s’interruppe. Il suo volto assunse un’espressione sconcertata  – Ehi!... un momento! E’ assurdo,ma…”
“Che cosa?” domandarono gli altri.
“Nefer, ossia: Bella. Non è una strana coincidenza, questo nome, dopo la straordinaria rassomiglianza? Cosa ne dici, Isabella? Tu e la principessa portate lo stesso nome!”
“Per la Barba del Profeta!- sbottò Omar – E’ proprio vero!”
“Io dico che sono stanca. – interloquì la ragazza - Se non avete nulla in contrario, andrei a dormire.”
“Ti accompagno. “ si offrì il ragazzo, ma la ragazza lo trattenne.
“Lascia stare. Resta pure qui. Buona notte a tutti.” salutò, poi si allontanò.

Le tenebre di una notte poco stellata le vennero incontro e la inghiottirono; un quarto di luna, intanto, adombrato da piccole nubi, scivolava sopra l’orizzonte. Bizzarri fantasmi vennero a danzare nel cielo; Isabella li inseguì con lo sguardo per qualche attimo, poi affrettò il passo.
Un grosso braciere ardeva sulla destra del portico della tomba riportata alla luce e che tutti avevano battezzato: Tomba di Nefer. Il barbaglio delle fiamme pareva invitarla.
Nel riconoscerla, la sentinella la salutò da lontano; alle sue spalle, il quarto di luna pareva annegare in un mare di fiamme.
“Non è piacevole restare svegli mentre gli altri riposano.” disse Isabella; l’altro sorrise, mettendo in mostra, al chiarore delle fiamme del tripode, due file di grossi grani anneriti dall’abuso di datteri.
“Sono in pochi a riposare, questa notte. – rispose e, incoraggiato dal sorriso della ragazza proseguì – E’ vero che la principessa sepolta in questa tomba assomiglia a lei, Isabella?”
”Così sembra, ah.ah.ah…” rise la ragazza.
In realtà, Isabella era assai turbata.
“Vuole entrare là dentro?” continuò l’altro.
Isabella rispose con un cenno affermativo del capo, muovendo verso la porta d’ingresso.
Le due porte dai sigilli spezzati erano aperte, quella della stanza del sarcofago, invece, era sprangata e sigillata.
Varcata la soglia dell’anticamera, un tanfo l’assalì. Pur soffocante, l’aria le parve meno maligna di quanto non lo fosse stato al momento del ritrovamento: forse per l’ossigeno che il professore  vi aveva fatto immettere o forse perché si era abituata all’odore della morte. Si fece avanti, ma un rumore, come di un coperchio che saltava, la fermò.
Rabbrividì.
”I fantasmi non esistono… - pensò sottovoce: la parte lucida dello spirito si sforzava di dominare l’altra, quella che si stava lasciando prendere dalla paura – I fantasmi sono un’invenzione…”
La notte era piena di inquietudini; intorno a lei l’immobilismo era totale ed assoluto. Le pitture parietali, raffiguranti scene di vita della principessa Nefer, erano gli unici movimenti che percorrevano la stanza.
Ancora un rumore. Soffocato. Come di uno starnuto trattenuto, che le fece trattenere il respiro poi una voce bassa, chiara e distinta, raggiunse il suo orecchio:
“Fai piano. – diceva – Accidenti a te! Vuoi farci scoprire?”
“Tranquillo! – replicava una seconda voce – Nessuno penserebbe mai che siamo qui… Rilassati.”
Le voci, che nulla avevano di soprannaturale, provenivano dalla stanza del corredo funerario della principessa Nefer. Parlavano in inglese, ma una delle due aveva accento chiaramente locale.
“Guarda. Guarda questo. – dicevano in tono eccitato – Quanto pensi che si possa ricavare da questo diadema? Guarda che meraviglia questi fiori e queste foglie d’oro e pietre preziose… E questo pettorale? Guarda questo collare… quanto potremmo ricavarci?”
“Più di quanto tu possa immaginare, amico. Più di quanto tu possa sognare, ah.ah.ah…”
“Sono ladri.” pensò Isabella, spingendo leggermente la porta per guardare all’interno.
Il cigolio attirò l’attenzione dei due. La ragazza si ritrasse immediatamente, ma quelli la raggiunsero prima che lei potesse solamente avvicinarsi all’uscita.
Uno dei due, l’arabo, l’afferrò per le spalle; erano un arabo e un europeo.
Isabella tentò disperatamente di sottrarsi alla stretta; provò ad urlare, ma dalla bocca uscirono soltanto suoni deboli e soffocati.
Nella bruma umida e lieve che le si andava addensandosi davanti allo sguardo, però, la ragazza ebbe l’esatta percezione che qualcosa di straordinario stava accadendo: la statua del Protettore, il Guardiano della tomba, aveva abbandonato la millenaria immobilità del legno e stava avanzando nella stanza.
Isabella smise di dibattersi e vide, come in sogno, il prodigioso simulacro fermarsi alle spalle del suo aggressore. Tentò ancora di urlare, ma, prima di profondare nel buio più assoluto e nel silenzio più totale, le parve di vedere l’ombra di un uomo scaraventato per aria.