Cap. X - seconda parte

Cap. X  -  seconda parte


Un uomo si fece avanti, un uomo sui quaranta anni. Non alto, smilzo, il mantello color tabacco un po' consunto, un ricurvo ganbiya infilato nella cintura; l'accompagnavano due giovani, certamente appartenenti alla  sua gente.
L'uomo prese subito la parola.
"Chiamo Allah a testimone  - cominciò, quasi in sordina - su quanto i miei occhi hanno veduto e le mie orecchio hanno udito... - s'interruppe, per lanciare un'occhiata tutt'intorno, poi riprese, un po' più baldanzosamente - In verità, ho visto  quest'uomo - indicò Ibrahim - entrare sotto la tenda di  Feysal, lo sceicco dei Kaza e minacciarlo."
"Tu menti! - l'apostrofò Rashid - Quali minacce hai udito dalla bocca di Ibrahim?"
"Egli diceva: se non paghi il tributo, ti sgozzo all'istante."
"Ma non è vero niente! Non è vero niente!" intervenne sdegnato sir Richard, ma l'altro continuò:
"Ho sentito che diceva a Feysal: tieniti pure tua figlia Kassida, perché io ho già la mia promessa e siccome Feysal insisteva che avrebbe pagato il tributo solo se avesse riparato al disonore fatto alla sua famiglia, egli ha tirato fuori il pugnale e l'ha colpito... Solo per intimorirlo, ha detto a suo figlio Ben Hassad, quando è accorso... ma Feysal era già morto."
Ibrahim era furibondo.
"Spergiuro! -  urlò -  Che cosa hai ottenuto in cambio di queste menzogne?  Un Qaathn!.. Phua! - fece con disprezzo - Spergiuri ed ignavi! " aggiunse accompagnando le parole con un moto d'ira repressa.

Neppure sir Richard riuscì a frenare la propria collera e non seppe trattenere  uno scatto d'ira. Conosceva bene  la gente di quella tribù:  ignavi, come aveva detto l'amico Ibrahim e feroci. I Qaathn non possedevano nulla all'infuori della propria persona: né beni, né animali. Non possedevano neppure tende, poiché il posto sotto cui si riparavano erano teloni retti da pali infissi nel suolo.  Vivevano di razzie e di espedienti e la pace che lo sceicco dei Kinda e lo sceicco degli Aws, tanto faticosamente erano riusciti ad assicurare su tutto il territorio, a loro risultava sgradita e snervante.

L'uomo fece l'atto di replicare, ma qualcuno prese la parola al suo posto: uno degli anziani del Gran Consiglio.
"Il Giudizio di Allah!" propose, fissandolo in faccia con espressione tra il sospetto e la curiosità: insolita, nelle riunioni e negli incontri, la presenza di gente come i Qaathn,  pareva pensare,  gente priva di qualunque ideale od obiettivo.
Nazir impallidì.
"Dico la verità. - replicò - Perché sottopormi a Giudizio?"
"Hai paura?" insinuò il vecchio.
"Non sono colpevole... perché dovrei aver paura?"  tornò a replicare  l'altro con un fatuo sorriso sulle labbra.
"Allora  vorrai sottoporti alla prova!"
"Ma perché? - il sorriso cominciava a trasformarsi in smorfia - Perché se dico il vero?" 
"Per conoscere anche noi la verità!"
"Il Giudizio di Allah! - convenne Rashid - Decidano gli Anziani."
"Con la lingua ha  sfidato l'Onnipotente, con la lingua provi la sua innocenza!" declamò l'anziano e Nazir divenne cereo: quella della lingua era una delle più tremende prove a cui si ricorreva per accertare la colpevolezza o l'innocenza di un accusato.
Si arroventava una lama e la si passava sulla lingua; se dopo il trattamento il malcapitato riusciva ancora a parlare, la sua innocenza era provata.
L'anziano porse il proprio pugnale ad un beduino ed accennò alla brace su cui le donne stava scaldando il caffè.

"Quale uso intendete fare con quel pugnale?"  interloquì il lord inglese facendosi avanti.
"Toccherà la lingua di quello spergiuro - spiegò Harith con semplicità feroce - e rivelerà se ha detto il vero oppure ha mentito."
"Ma è una barbarie! - inorridì il lord - Non potete fargli una cosa così orribile!"
"Amico mio! Lascia che si punisca il colpevole come il Corano suggerisce." replicò lo sceicco.

"La vita val cento cammelli!" pensò l'inglese mentre seguiva lo stridore della lama sulla brace.
Così comandava il Corano e il rispetto delle leggi coraniche erano il rispetto delle tradizioni, pensava.

La tradizione era importante e rassicurante: era il rispetto del passato e il passato era tutto ciò che rimaneva a quella gente. Ecco perché la nahda, come lo chiamavano i suoi amici Rashid ed Harith, il Progetto di Rinascita, appariva così grandioso ai suoi occhi.
Gli pareva che da secoli quel mondo avesse vissuto ripiegato su se stesso con fatalismo e rassegnazione, senza  capacità alcuna di ribellione. Ogni tentativo, pochi in verità a suo giudizio, era fallito in sul nascere perché  specchio di personali ambizioni o rivendicazioni. Nulla di più.
Come era accaduto al padre di Rashid, aveva saputo.
Degrado sociale, culturale e politica, torpore delle coscienze, impedivano di vedere l'insaziabilità dei Sultani, le miserie del popolo: tutto normale per quella gente, si ripeteva di continuo.  Per questo apprezzava ancora più l'anarchico anelito d libertà dei suoi due amici, che solo il deserto poteva concedere loro.

"Come volete! - capitolò, ma subito aggiunse, in tono fermo ed irremovibile - Io non mi sottoporrò mai a un tale giudizio. Dovrete credermi sulla parola oppure no!"
"Ti crediamo, si! - interloquì Rashid - Ecco perché desideriamo smascherare questo spergiuro."
"E' un modo disumano e inutile. - replicò scettico e contrario l'inglese - Innocente oppure no, quella lama gli essiccherà in ogni caso la lingua."
"Lo sentite? - urlò Ben Hassad,  l'uomo che reclamava il diritto di vendetta - E' un cane infedele che non crede nell'infallibilità di Allah. Lo avete udito? Egli rifiuta il giudizio divino perchè ha paura... Nazir, invece, non teme... Vero, Nazir?"
Il malcapitato Nazir, però,  fissava terrorizzato la lama arroventata che un uomo aveva appena staccato dal fuoco e con cui stava avvicinandosi; farfugliò qualcosa che voleva essere un assenso, ma quando vide l'uomo accostare alla sua faccia il pugnale incandescente, si mise ad urlare:
"No! No!... Ho mentito... -  si  ritrasse terrorizzato -  Lui mi ha promesso un cavallo se avessi detto quanto ho detto... - e l'indice della mano destra, puntava contro il figlio del morto Feysal, sceicco dei Kaza -  Ho mentito... ho mentito..."
"Lo sapevo! -  esclamò Rashid con sul bel volto una espressione di disgusto represso - Sei tu l'offeso, Ibrahim ed anche il nostro ospite, il lord inglese, sir Richard, lo è! - disse rivolto ai due amici,  poi sentenziò - A voi due la decisione: che cosa intendete fare di questi due spergiuri?"
"Lasciateli andare. - disse l'inglese - Lasciate andare questi miserabili che soltanto la cupidigia  ha reso audaci.  Ci basta far sapere che non siamo assassini né mentitori... vero Ibrahim?"
Ibrahim assentì col capo e Rashid proseguì:
"Che la volontà degli offesi sia rispettata. - esclamò, poi, rivolto a Ben - Torna dalla tua gente e aspetta che il rais dei Kinda venga a prendere personalmente il tributo che la tribù dei Kaza deve allo  sceicco dei Kinda... a meno che... - il grande predone fece convergere sulla figura di Amud,  il figlio dello sceicco degli Aws -  ... a meno che è ad altri che..."

Amud, il figlio dello sceicco degli Aws, non gli fece terminare la frase.

"La lealtà e l'onore sono alla base di ogni  buona convivenza -  disse  -  Quando si è perennemente alleati  con qualcuno contro qualcun altro solo con la prospettiva del bottino delle razzie, si finisce per diventare ingordi e l'ingordigia è nemico del vero Arab!"

In fede sua, il figlio dello sceicco degli Aws, riconosceva che Ibrahim,  cugino dello sceicco dei Kinda, non aveva proprio nulla da farsi perdonare, se non il fatto di aver ispirato amore in sua sorella Fatima e... tutto sommato, questa non era una cosa cattiva. 

"Sagge parole! -  sorrise soddisfatto il grande predone  mentre guardava Ben Hassad  allontanarsi  in direzione del pozzo; nel cielo terso, un gruppo di nuvole viaggiavano veloci come falchi - La sposa di Ibrahim aspetta ancora la visita dei suoi parenti." continuò, dirottando lo sguardo verso il giovane Amud  e mentre questi annuiva, Ben minacciava:
"Tu sei l'uomo più temuto del deserto, Rashid dei Kinda, ma... - proferì a denti stretti e con sguardo appannato da vivo rancore - ... neanche immagini quanto io possa nuocerti." e con queste parole sibilline, il giovane montò a cavallo e si allontanò al gran galoppo.