Cap. X - ultima parte

Cap.  X   -  ultima parte

Il volto commosso e impietosito da tanta tragedia, la principessa Nefer non si accorse di piangere lei pure, se non quando, un rivoletto di lacrime le inondò la guancia. Piangeva il destino di tutte le donne che quella guerra aveva ferito: Cassandra vittima della cieca violenza di un guerriero vincitore, Andromaca, madre e sposa sfortunata, Ecuba, madre infelice, Enone, sposa abbandonata. Piangeva per tutte le donne vittime di quella e di altre guerre e piangeva anche per Elena e il suo destino di donna troppo bella. Piangeva per lei e con lei ed intanto Menelao continuava a raccontare, dosando parole e tempi con grande lentezza, quasi che ognuna di quelle parole gli costasse fatica e dolore; parlava con essenzialità e senza l’uso di parole superflue, come si faceva invece a Tebe, dove la consuetudine di parlare era diventata un uso ed abuso di parole inutili che allungavano le frasi e le rendevano deboli e spesso incomprensibili.
Questo rendeva il racconto dell’ospite ancora più drammatico e le sue lacrime e quelle della regina Elena, sempre più copiose.
“Sanguina il cuore rivolto alla casa lontana – il racconto dell’illustre naufrago si avviava alla conclusione – ed esulta ogni volta che gli occhi scorgono una terra all’orizzonte, ma ogni volta, Poseidone sconvolge le acque, scatena i venti e sospinge lontano i legni…. A gran fatica raggiungemmo la tua terra, o Figlio di Osiride.”
Gli occhi del guerriero acheo, mentre parlava, fissavano un punto imprecisato del mosaico del pavimento: una moda approdata in Egitto dalla sua terra. Quando si rivolgeva al faraone o alla Regina d’Egitto, però, levava su di loro gli intensi occhi azzurri come il suo mare.
“… così riuscimmo ad approdare in una delle molte insenature di un’isola.” si concluse il racconto.
Nefer si passò le dita sul volto rigato.
“Mia dolce signora. – un’ancella le porse il catino; piangeva anche lei – Cancella il pianto con l’acqua e alleggerisci il cuore con una coppa.”
Nefer prese il catino, vi affondò le dita, agitandone lievemente l’acqua.
La superficie andò improvvisamente muovendosi. Nefer restò a fissarla.
Sopra la sua testa, intanto, Ammon veleggiava veloce verso occidente e il suo bagliore riverberava nelle gocce che cadevano dalle mani e in quelle che le coprivano il volto proteso. Seguì un lieve vertigine, accompagnata da una leggera inquietudine: i lineamenti del volto riflesso nell’acqua erano i suoi, ma la zazzera scomposta e soffice e gli occhi che ricambiavano il suo sguardo, quelli non erano davvero i suoi.
Comprese di avere di fronte l’altra “se stessa”.

Si guardarono e si fissarono, la principessa Nefer ed Isabella, e si chiesero la stessa cosa: riuscivano l’un l’altra anche a “vedersi” mentre si fissavano?
“Mi… mi senti? – fu la principessa Nefer ad approcciarsi per prima – Qual è il tuo nome?... Ti chiami Nefer anche tu?”
“Nefer… Nefer, sorellina…”
Una voce la strappò dall’abissale lontananza; la principessa sollevò lo sguardo che andò a naufragare in quello del  principe  Thotmosis .
“Ancora i fantasmi delle tue visioni, sorellina?” chiese il ragazzo.
“Non sono fantasmi, ma persone reali come me e te.” scosse lei il capo.
“Per la Barba di Seth!” esclamò il principe afferrando la coppa di vino spumeggiante che un servo gli tendeva. Un’ancella vi aveva lasciato cadere un petalo di profumatissimo loto blu; Thotmosis le sorrise, sorseggiò, poi tese la coppa alla sorella.
Alle ragazze non era consentito bere vino, soprattutto in presenza di estranei, benché al gineceo le mogli delle guardie portassero loro da bere di nascosto, ma si trattava sempre di un vinello dolce e leggero
Nefer tese la mano per prendere la coppa, ma qualcosa riaffiorò dal profondo del suo essere: qualcosa simile ad un ricordo lontano.
Fu come se quel velo di minuscole scintille che sempre imprigionava le sue “visioni”, si fosse finalmente squarciato.
Ricordò.
Ricordò voci, volti, nomi: Isabella, Alì, Alessandro, Jim, Hammad…Osor.
Ricordò le loro voci risuonanti nelle orecchie; riudì le risate, le esclamazioni di stupore.
Non più solo come in un sogno, ma reali.
“… la morte giungerà sul petalo del loto blu caduto nella coppa…”
Quelle parole le attraversarono la mente come un lampo. Si lanciò in avanti per afferrare la coppa che aveva restituito al fratello e che questi stava portando alle labbra, ma un capogiro la fermò e quel velo di scintille tornò a ricomporsi e ad avvilupparla strettamente.

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La principessa Nefer riaprì gli occhi.
“Isabella.”
La stavano chiamando con il nome dell’altra “se stessa”. Sapeva, però, di non “essere” Isabella. E sapeva di non essere neppure soltanto più la principessa Nefer. Sapeva di essere parte di entrambe.
C’era Osor accanto a lei e lo sguardo della prodigiosa creatura era più intenso e più “vivo” che mai ed indusse in lei una malinconia improvvisa. Un presentimento.
Comprese, senza bisogno di parole.
“Devi andare?” bisbigliò.
Osor annuì.
“Perché? Perché vai via?” domandò.
“Il compito di Osor, il Guardiano della Soglia, è terminato e Osor deve andare.”
“Io non voglio che tu vada via.” Gemette Isabella-Nefer
“Io non ti lascio…  -  Osor indietreggiò verso l’uscita con un sorriso indecifrabile sulle labbra - Io tornerò,. Tutte le volte che chiamerai ,  Osor, il Guardiano della Soglia, accorrerà a liberare dalle insidie il cammino di Isabella, la sua Signora.”
“Isabella|… Mi hai chiamata con il mio nome. – stupì la ragazza – E’ la prima volta che mi chiami così…”
Osor sorrise ancora, in quel modo indefinibile che solo lui era capace di avere e  arretrò