Cap. VII - prima parte

Cap.  VII  - prima parte

"Ahlan wa sa ahlan" - "La mia casa è la tua casa" (proverbio beduino)

Alina, la madre di Ibrahim, era la più autorevole tra le donne della tribù per la numerosa figliolanza: madre di ben quattordici maschi a cui, come ogni donna araba, era legata da vincoli quasi servili, ma a causa di cui, però, godeva di grande prestigio in seno alla comunità.

Arrivò con un bricco di terracotta contenente un intruglio di erbe e in compagnia di Selima che reggeva in mano la cassetta dei medicinali .
Per prima cosa, la donna spogliò Jasmine degli indumenti e  ripulì accuratamente la ferita, dopo averla bene esaminata: la ferita, alla spalla sinistra, non era molto profonda, ma piuttosto irregolare.
“Chi ha fatto questo scempio – disse – doveva essere davvero arrabbiato.”
Terminata la medicazione, Alina  bendò accuratamente la spalla, poi fece bere  all’inferma l’intruglio contenuto nella ciotola e la principessa piombò subito in un sonno profondo. Dopo fece mettere veli alle aperture per ombreggiare l’ambiente ed invitò tutti, con l’autorità che le veniva dall’età, a lasciare la stanza.
Le ubbidirono tutti, lo stesso Rashid, che uscì senza una parola, dopo un’ultima, amorevole occhiata alla sua Jasmine; a sorvegliare la principessa rimasero soltanto Zaira, Letizia e la stessa Alina.

Rashid, però, non riuscì a stare a lungo lontano dall’amatissima Jasmine e meno di mezz’ora dopo, era nuovamente al suo capezzale.
“Come sta?” domandò avvicinandosi al letto, immenso, in cui Jasmine pareva come sperduta ed in cui si trovava sdraiata per la prima volta.
“E’ una brutta ferita. Ha perso molto sangue.”  rispose Letizia.
“Chi le ha procurato questa ferita – le fece eco Zaira – sa maneggiare bene il pugnale.”
“Chiunque sia, del suo sangue non resterà una sola goccia, quando lo avrò fra le mani… e giuro che questo avverrà molto presto.” ruggì Rashid, sedendo al capezzale dell’inferma e prendendole una mano fra le sue.
“Tu credi che l’aggressore si trovi ancora qui?” domandò Letizia.
Rashid fece l’atto di rispondere alla domanda, ma Zaira lo prevenne:
“Conosco bene Hakam e la sua gente. – disse – Non lasciano mai  opera incompiuta. Ci proveranno ancora.”
“Credete… credete che siano state quelle belve sanguinarie?” domandò Letizia in tono sempre più apprensivo.
“Chi altri vorrebbe il male di una persona come la principessa Jasmine? - sorrise Zaira – Lei… lei è la loro Dea-Vivente… Quei pazzi sanguinari non desisteranno fino a quando non l’avranno nelle loro mani.”
“Questo non accadrà mai!” tornò a ruggire Rashid.
“Hhhhh! – la vecchia Alina, accoccolata su un cuscino ai piedi del letto, ebbe un sospiro -  Il mio sedativo farà dormire la principessa Jasmine, ma non può farla guarire.”

Come in risposta al rincrescimento della donna, la principessa Jasmine  cominciò a lamentarsi; Zaira si precipitò al capezzale.
Anche la vecchia lasciò il cuscino e si avvicinò, fece cenno a Rashid di scostarsi e sollevò il velo che ricopriva la ragazza.
Jasmine aprì gli occhi; erano ancora appannati e assenti.
“Senti dolore, principessa?” domandò Alina.
Jasmine richiuse gli occhi e li riaprì ancora, con l’evidente sforzo di chi fatica a riacquistare e riannodare fili pendenti di emozioni e sensazioni; rispose, infine, ma solo con un cenno affermativo del capo e tanto bastò per mettere in apprensione tutti quanti.
“Devo guardare la ferita. – disse Alina – Quei lembi irregolari non mi piacevano neanche un po’.”
Un cenno e Zaira si avvicinò con un catino d’acqua, spugna, garza  e bende.
Un’occhiata bastò alla vecchia Alina ed allo stesso Rashid per capire che la ferita s’era infettata; il giovane trattenne un grido di rabbia e contrarietà.
“Presto. – sollecitò la vecchia Alina – Portate nuovamente qui la cassetta dei medicinali.”

Letizia si allontanò verso l’interno della grande tenda, nella zona delle donne, dove Selima aveva riportato indietro la cassetta dei medicinali.

La cassetta era sparita.