CAPITOLO VII - OSOR prima parte

CAPITOLO  VII  -  OSOR                prima parte

Come partorito dal nulla, un giovane, bello e fiero d’aspetto, comparve davanti al gruppo, sulla strada per la Grotta di Mertseger..
Era Osor l’Esposto, capo di una umanità assai particolare: il popolo della necropoli, che viveva con i morti e dei morti.
”Salve a te, principe Sekenze. – salutò – Signore dei servi della Sede della Verità. Osiris, Principe dell’Eternità e della Perpetuità, ti sia propizio.”
“A te sia propizio Bes, il Guardiano delle Porte dell’Occidente… -  nei saluti, i convenevoli erano d’obbligo, presso l’antico popolo egizio, – Sekenze incontra volentieri il suo amico Osor.”
Le braccia si tesero.
Diciotto anni o forse venti, Osor era senza dubbio una creatura segnata dagli Dei.  Esposto alla nascita,  abbandonato, cioè, in una cesta di vimini affidata alla corrente del Nilo lungo canneti e steli di papiro, aveva sfidato e vinto la morte.
Sfuggire alla morte in agguato tra fauci di coccodrilli o zanne di  ippopotami era sempre una sfida impari per un bimbo appena nato, ma era, al contempo, segno della volontà divina. La condizione unica e straordinaria di creatura scampata al Destino, avvicinava agli Dei e ne faceva uno spirito “eletto”: vincere la morte senza corromperla,  elevava sulla condizione degli altri uomini.
In Osor l’Esposto, tutto era mistero.
Di lui si diceva che fosse stato allevato dai ghepardi del deserto, creature care al dio Bes. Si raccontava che il Deforme Signore Dispensatore di Misteri, lo avesse posto sotto la sua protezione. Si diceva che, assunte le sembianze di vecchio eremita, Bes avesse nutrito il suo corpo con cibo divino e forgiato il suo spirito attraverso la dura vita del deserto. E si raccontava che alla morte del vecchio eremita, per ottanta giorni ed ottanta notti, il ragazzo avesse servito nella “Casa dei Morti” per pagare la migliore delle forme di imbalsamazione per il suo corpo mortale.
Al villaggio della necropoli tutti ricorrevano a lui per conoscere la volontà degli Dei o le cose del futuro perché, più di ogni altro uomo,  si diceva, egli era vicino alla Luna, al Sole, alla Terra ed all’Acqua, poiché la notte della sua nascita, un lieve vento di ponente aveva sospinto la sua culla di cannicci fino alla capanna del vecchio eremita.
Proprio nei cannicci di quella cesta era intrecciato il suo Destino e, se si fosse conosciuto il nome di colei che aveva prodotto quell’intreccio così particolare, certamente si sarebbe potuto sciogliere un mistero.
Ma chi poteva conoscere quel nome? Solo la Terra, il Vento, la Luna e la corrente del Nilo conoscevano quel nome, ma la Terra, il Vento, la Luna e la corrente del Nilo non potevano parlare… potevano solo sussurrare… e si sussurrava di una culla di cannicci staccatasi dalle mura del quartiere dei ricchi… forse dallo stesso Palazzo reale… affidata alle acque e trascinata dal vento di Ponente…. Questo si sussurrava.

Il prodigioso giovane si girò verso la principessa di Tebe ed un barbaglio gli si levò dagli occhi scuri come la notte, mentre con un lieve inchino ed un sorriso indecifrabile diceva:
“Dolce Figlia di Iside, il Guardiano della Soglia scioglierà per te i nodi che legano i veli del mistero e leggerà dentro le tue visioni.”
“Tu… tu…- balbettò la ragazza – sai delle mie visioni e delle voci che mi giungono da un altro mondo?”
“Non da un altro mondo. -  fu la sorprendente risposta del giovane ierata –
Voci e visioni giungono da te stessa. Il Guardiano aprirà la Soglia e tu potrai leggere dentro di te.”
“Ma io credevo che fosse Mertseger la Tenebrosa ad inviare visioni a Nefer e non Bes, il bizzarro Guardiano della Soglia.”
L’altro ebbe un sorriso misterioso quanto le parole.
“Forse Mertseger ha fatto anche Lei sentire la sua voce, ma rammenta, Figlia del Cielo, Bes è qui da tempi immemorabili… assai prima che arrivasse Mertseger.”
“Se è così, - si arrese la principessa – io aspetto di seguirti.”
Osor l’Esposto si pose alla guida del gruppetto e lo condusse attraverso la stretta via che ospitava  Tempietti e Cappelle dedicati alle divinità della Morte e della Rinascita, a Geni ed a Semidei portati sugli altari dalla devozione della gente della necropoli: Ptha,  Signore della Verità, Nebethet, Colei che ascolta le Preghiere, Renenet, Colei che elargisce Clemenza, Anubi, Signore delle Bende, Thot, Signore dei Geroglifici e molte altre ancora.

Un improvviso boato scosse la terra, che parve gemere.
“Oh! – esclamò la principessa – La terra trema.”
“No. – esordì Ankheren alle sue spalle, che trascinava il torello – Sono i tori del Santuario di Ptha.” spiegò.
“Non ho mai visto un toro selvaggio da vicino.” esclamò Thotmosis, investito dal lezzo dei tori che il vento trasportava fino a loro.
“Sono possenti e pericolosi. – spiegò Sekenze – Per i guardiani, tenerli rinchiusi nel recinto e controllarli, è una prova di grande coraggio.”
“Questo dice mio padre. – interloquì Ankheren – Dice che il governo di animali così forti ed irrequieti è assai pericoloso.”
“Il tuo Kaptha non è pericoloso né irrequieto.” osservò Nefer e il ragazzo, in tono compiaciuto:
“Kaptha è il toro più bello che si sia mai visto sotto questo cielo. Guardate le sue corna… sono belle, arcuate ed aguzze. Sono corna adatte a difendere una mandria… E le sue gambe? Non sono colonne di marmo brunite? E guardate quanta nobiltà nel suo incedere.”
“Non v’è dubbio che sia uno splendido animale.” convenne Osor che procedeva con passo rapido.
Nefer faticava a stargli dietro; il passo dei cavalli alle loro spalle,  che i servi conducevano con una corda al collo, ritmava la marcia. La ragazza osservava la possanza delle spalle del giovane, dalla cui pelle abbronzata e lucida,  il sole pareva trarre bagliori.

Si lasciarono alle spalle le case del villaggio e furono in vista del Tempietto di Bes, il bizzarro, grottesco Dio dalle zanne di ghepardo e dagli occhi di fuoco. Molte stele votive ne ostruivano l’ingresso: vasi, coppe e tavolette con l’immagine del Dio.

Nefer sollevò il capo. Nel cielo il sole scintillava e pareva aver assunto le sembianze del volto di Horo; la principessa  ebbe anche la sensazione di sentire il suo sguardo rovente bruciarle la pelle. Spostò lo sguardo sulla figura di Osor che risaltava contro l’orizzonte roccioso, salda e possente come le statue che viaggiavano sul Nilo dirette a Tebe.
Ebbe l’impressione di “aver già visto”  una statua simile e se ne sentì turbata.
Osor si introdusse in un vestibolo di pietra illuminato da torce appese alle pareti. L’ambiente dava adito ad una grotta sfavillanti di doni votivi.
In silenzio anche gli altri lo seguirono e lo videro chinarsi al suolo per raccogliere una manciata di terra. Si fermarono alle sue spalle e ne seguirono con attenzione ogni movimento.
Osor mescolò la terra ai misteriosi granelli contenuti in un grosso braciere  che troneggiava al centro dell’antro.  L’ambiente era immerso in una suggestiva semioscurità. Osor vi accostò la fiamma della torcia; la fragranza della mirra e quella dell’incenso, invasero immediatamente la grotta, insieme ad un fumo sempre più denso.
Nefer si sfilò la collanina che Ankheren le aveva donato e la tese al giovane ierata il quale la prese con entrambe le mani e la pose sull’altare, dietro il braciere. Successivamente, il giovane invitò la principessa a purificarsi mani e capo con l’acqua del Sacro Bacile della Veggenza, ai piedi dell’altare, e la invitò ad inginocchiarsi e congiungere le mani nell’atto del supplice, infine, le pose sul capo un virgulto di papiro.
“Chi interroga il Sacro Rotolo di Bes?”  domandò.
“Sono io, Nefer  e desidero conoscere il nome e la volontà di chi mi ha inviato la sua voce.”
  “O Bes, Signore del Mistero –
- cominciò a salmodiare il giovane sacerdote; la sua voce profonda e tagliente, faceva fremere l’aria d’intorno -                       
    Parla ai nostri cuori.
    Il nostro orecchio è pronto ad ascoltare
    Lo spirito è pronto ad intendere…”
Nefer ascoltava in silenzio. Osservava con profondo raccoglimento l’imponente e misteriosa figura di Osor. D’un tratto ebbe come l’impressione che essa ingigantisse sotto il suo sguardo, simile a quella di un Semidio. Le  pupille ardenti del giovane e la luminosità corvina dei suoi lunghi capelli trattenuti da un cordino sulla fronte, le facevano quasi tremare il cuore.
Per chissà quale associazione di idee, pensò al tempo del ritiro delle acque, quando la terra si copriva di teneri germogli ed il loto fioriva negli stagni. Immaginò se stessa nell’atto di fargli offerta di ghirlande di fiori e foglie, ma sorrise al pensiero: la Piena era ancora alta e le acque erano salite fino a lambire le mura dei Templi.
“Io ti aiuterò ad attraversare la soglia ed a penetrare nel Mistero. – la voce di Osor la scosse – Vi andrai da sola, ma senza fare un sol passo, perché il viaggio sarà attraverso il tuo Ka, che è sempre solo quando si presenta al cospetto di un Dio.”
Nefer continuava a tacere.
Spianata la sabbia ai suoi piedi, Osor la invitò a tracciarvi dei segni col virgulto di papiro ed intanto accompagnava i suoi gesti con una invocazione che era una dolce cantilena; alle loro spalle Thotmosis,  Sekenze ed Ankheren, trattenevano perfino il respiro.
     “Colei che ti seguirà, mai ti raggiungerà
      Interroga te stessa e non il Destino
      Perché colei che ti seguirà
      non allontanerà da te
      La coppa della Verità…
      Questo, per te, hanno disposto gli Dei
      Ma io sarò il tuo Guardiano
      Per sempre ed oltre.”
Nefer si alzò; il suo sguardo errò esitante d’intorno e d’intorno c’erano solo ombre e nelle ombre le figure appena abbozzate dei suoi amici e c’era il silenzio più profondo. La voce inconfondibile di Osor l’Esposto ruppe una volta ancora quel silenzio:
“Io sono straniero nel mondo – diceva – poiché non sono giunto su questa terra come gli altri, ma alla deriva tra le canne del Nilo. Neppure tu, però, Figlia del Cielo, appartieni al tuo Destino. Per questo, tutti e due, noi, siamo stranieri nella nostra Terra… E’ stato scritto nelle stelle prima ancora che nascessimo… E così dev’essere!”
Fuori della grotta, la “Cima”, la montagna sacra alla dea Hathor, cominciò a danzare: la terra tremò ancora e la principessa Nefer non ebbe il tempo per replicare, poiché si sentì come sprofondare in un etra impalpabile e fluido.