Il Castello di Lagopesole

Il Castello di Lagopesole

Da secoli sentinella rassicurante.

Dal 1.242, quando l’imperatore Federico II di Svevia ve lo fece costruire facendolo assurgere a dimora reale dei suoi possedimenti italici, il castello di Lagopesole è sempre stato una costruzione da difesa e da osservazione.

Notevole e mirabile esempio dell’architettura duecentesca è giunto fino a noi come uno dei castelli della Lucania più belli, intatti e ben conservati.

Fu fatto costruire sulle rovine di una più antica costruzione normanna, alterandone notevolmente struttura e aspetto, ma conservandone il carattere sobrio che nulla concede alla leziosità o alla decorazione superflua e che ben si armonizza con la terra e la natura che domina dall’alto.

Qui la natura è chiamata ad essere lo specchio della gente che con essa convive, in connubio perfetto, e che gli aspetti negativi della moderna civiltà non hanno ancora inquinato.  Una natura da scoprire e da percorrere a piedi o a cavallo, tra selve folte ed intricate, romitaggi di briganti appartenuti ad un passato appena remoto, boschi ombrosi e odori sconosciuti all’olfatto cittadino.

Risalire la “costa” per raggiungere il grande portone centrale dell’imponente mastio è uno speciale percorso.

La “costa”!

Non tragga in inganno questo termine marinaro: “costa”, così è chiamato lo scosceso ed aspro pendio, sul retro del castello, tappezzato di larghi rettangoli di terra nuda e scura. E’ un paesaggio che ricorda un po’ la selvaggia bellezza della costa di Nervi, in Liguria.

Non mancava certo di immaginazione chi gli dette questo nome  e forse fu lo stesso che chiamò “acqua fetente”, quella esile sorgente di acqua così benefica, ma dal sapore aspro e ferroso alle falde del pendio.

 

Costruito nel 1.242, come abbiamo detto, il castello  fu soggiorno degli Svevi, prima e degli Angioini, dopo.

Gli Svevi, re e principi guerrieri, avevano una grande passione per la caccia e le foreste di Lagopesole, pittoresco villaggio che aveva preso il nome del lago che si estendeva  nella zona più bassa della valle, prosciugato da tempi remoti, abbondava di selvaggina: volpi, lupi, lepri, falchi e perfino cervi.

Federico II, ma soprattutto suo figlio Manfredi, soggiornò a lungo nel castello, assieme alla moglie, Elena d’Epiro, ed alla corte, dedicandosi alla caccia al falcone, sport assai praticato, all’epoca.

 

Al centro di intricate vicende storiche, il castello visse momenti di gloria fino alla battaglia di Benevento, in cui Manfredi fu ucciso; Elena conobbe, così, lo stato di prigioniera, là dove era stata Regina.

Il castello aveva riportato gravi danni durante l’assedio, ma  Carlo I d’Angiò, vincitore della battaglia di Benevento, lo fece ristrutturare.

Successivamente, il mastio passò di proprietà in proprietà, fino ad oggi che accoglie Musei e Centri culturali.

 

Questa la storia, ma, come ogni castello che si rispetti, anch’esso ha creato intorno a sè aloni di leggende fantasiose e talvolta inquietanti.

Non si conosce il numero esatto delle stanze, dice una leggenda tramandata per generazioni ai più piccoli; ci sarebbe, si dice, una stanza segreta in cui si troverebbe una chioccia che fa, nientemeno, che uova d’oro.

Un’altra leggenda alimentata dalla fantasia popolare racconta che uno dei castellani avesse orecchie asinine, per nascondere le quali usava strani copricapo e per custodirne il segreto, ricorresse addirittura all’uccisione dei disgraziati barbieri.

Storia e leggenda, qui, si sposano assai bene con l’esuberanza della natura: una natura che veramente merita di essere conosciuta.