LETIZIA

LETIZIA

Albeggiava, il primo chiarore apparve all'orizzonte tra il cessare della notte e l'approssimarsi dell'aurora e le stelle andarono impallidendo inghiottite da quell'incerto biancore. L'oasi era avvolta nel silenzio, quello che segue il fragore di una festa ed il vento assediava le tende.
Letizia, la figlia minore del mercante greco, era già in piedi: ogni volta, quel magico momento del risveglio del giorno la trovava sveglia e la spingeva fuori della tenda; gli splendidi occhi ancora assonnati, ma avidi di nutrirsi della struggente bellezza di quel magico momento.
La ragazza lasciò cadere alle spalle il lembo che fungeva da entrata, ma restò ferma dov'era: qualcun altro l'aveva preceduta e il cuore  le balzò in gola nel riconoscere la figura dello sceicco Harith.
Nobile, forte e possente, l'atteggiamento fiero dell'audace leopardo del deserto e dell'intrepido leone di montagna, pensava con occhi sognanti e sfavillanti, mentre lo fissava estasiata.
Letizia era una sognatrice. Sempre persa, diceva con indulgenza sua sorella Atena, dietro sogni e fantasticherie; sempre attratta da mondi sconosciuti e lontani e da persone cariche di fascino e mistero, lontane dal suo ambiente:  il principe Harith, bello e irraggiungibile, era proprio la figura giusta per alimentare i suoi sogni e le sue fantasie.
Protetta dalla penombra, seguiva affascinata ogni suo gesto mentre Fatima, la nutrice, gli posava sulle spalle la Ksa, il bianco mantello svolazzante, che tanto faceva sognare le donne europee... e non solo quelle.
Fatima rientrò sotto la tenda e Harith fece qualche passo in avanti, ma si fermò subito e si girò, quasi  avesse sentito il richiamo di quello sguardo balenante.
"Letizia! - esclamò andandole incontro a lunghi passi e fermandosi davanti alla ragazza; sopra le cime piumate delle palme, la luna brillava ancora, ma le stelle andavano velocemente impallidendo e il fuoco più vicino ardeva basso – Ti chiami Letizia?… Letizia e gioia per lo sguardo... - sorrise, poi aggiunse, dopo breve pausa - Sei mattiniera, bella Letizia e l'Aurora ha le tue sembianze ."
Lei abbassò gli occhi e per coprire il rossore di cui s'era cosparso il bellissimo volto, si calò il velo. 
Lo ripeteva sempre ad entrambe, a lei e ad Atena, il caro padre compianto, da quando erano  scesi dalla nave che li aveva portati da Atene, lo ripeteva sempre di coprirsi  il volto in presenza di un estraneo, se di fede islamica, perché, diceva, "qui è considerato indecente l’usanza dei cristiani di permettere alle donne di mostrare il volto."
Harith sorrise al gesto: le donne beduine non usavano coprire e nascondere i loro bellissimi volti, così come era imposto alle donne di città e della costa. Però non disse nulla: gli occhi di quella creatura, pensava, di quell'azzurro intenso rubato al cielo, erano sufficienti a sconvolgere i suoi sensi.
"Amo questo momento del giorno. - la sentì dire - Mi permette di  scrutare nel mio intimo e di dare spazio ai miei sogni e ai miei desideri."
"Sogni e desideri? - sorrise ancora lui - Se Letizia mi confida i suoi sogni e i suoi desideri, io le confiderò i miei." aggiunse posandole  una mano sulla spalla e sospingendola delicatamente in avanti. Proseguirono per breve tratto, poi lei si fermò e sollevò su di lui gli straordinari occhi azzurri.
"Oh! Io ho pochi desideri e molti sogni." disse.
"Ma... - replicò Harith, completamente ammaliato dal balenio azzurro di quegli occhi - Io desidero tutto quello che sogno."
"Oh, no! - soggiunse lei - I desideri sono realizzabili, ma i sogni sono irraggiungibili. Ecco perché i miei desideri sono modesti e i sogni, invece, assai grandiosi... I miei sogni - sorrise - non hanno limiti né orizzonti... Non hanno tempo... Sono sogni!"
"Ma i sogni possono diventare realtà, piccola Letizia. Esprimi i tuoi sogni e i tuoi desideri e forse..."
"I miei desideri? Oh, io desidero incontrare Alma, la nipotina che ancora non conosco."
"Sono certo che la incontrerai un giorno."
Harith le sfiorò con la punta delle dita il volto proteso e nascosto dal velo; Letizia fremette e riprese:
"E vorrei tornare in Italia, un giorno. - una lieve incrinazione nella voce - Vorrei tornare a Torino, la città dove sono nata."
"Ma... - trasecolò il giovane - Non sei nata ad Atene? Credevo che il mercante Aristo Gallas fosse arrivato a Doha assieme alle sue due figlie da Atene."
Lei scosse il capo.
"Io sono figlia di Vittorio Bosio, archeologo e collega del professor Starti, amico di Aristeo Gallas. Avevo dodici anni quando mio padre morì...  Aristeo si prese cura di me e mi adottò... Atena non è mia sorella di sangue, ma è molto più che lo fosse.”  sorrise e si calò giù il velo. Quasi con civetteria. Ma lo tenne sulle labbra.
“Tu, dunque, piccola Letizia, vieni dall’Italia? Oh!… - esclamò lui – Tu credi al destino?”
Letizia non rispose subito; sentiva, nell’aria fresca del mattino che andava formandosi, qualcosa di nuovo, di avventurato, quasi di imminente sorpresa.
“Non so.” rispose scuotendo il capo.
“Io  ho  vissuto per quasi quattro anni in Italia… proprio  a Torino  dove …”
“Davvero?” l’interruppe lei quasi in uno slancio di gioia; egli assentì col  capo e proseguì:
“Ero studente alla Regia Scuola di Applicazione per Ingegneri. – spiegò -  Per perfezionare i miei studi di Idraulica e…”
“Quella Scuola con sede al Castello del Valentino? - lo interruppe per la seconda volta la ragazza sgranando gli occhi dalla sorpresa – Da bambina andavo tutti i pomeriggi con la mia mamma a spingere il cerchio proprio nella strada davanti al Castello del Valentino o a leggere fiabe, seduta su una delle panchine del Viale.”
“Ma allora, piccola Letizia… non può essere che noi due ci siamo già incontrati e che per questo a me pare di conoscerti da sempre? – mormorò lui sfiorandole teneramente la tempia - Io ho già visto lo splendore di questi due occhi azzurri e adesso capisco dove… E tu… tu, piccola Letizia, sogni ancora?”
“Io non ho mai smesso di sognare. – gli occhi di Letizia sfavillarono - Quando ero bambina e leggevo i libri di favole, sognavo giungle e Templi  misteriosi... deserti ed isole sperdute. Io… io sogno ancora... - s'interruppe; quel pizzico di splendida malizia che le attraversò lo sguardo conquistò definitivamente il cuore del bel predone - Non... non sorriderai del mio sogno se te lo confido?"
"Non sorriderò. - lui la guardava incantato, come si guarda un prodigio – Dimmelo e anche io ti confiderò il mio sogno."
"Io sogno ancora il principe delle favole... - sorrise -  senza macchia né paura, che mi rapisce sul suo cavallo bianco e mi porta lontano, in un luogo incantato."
"Splendido sogno, dolce Letizia. – anche Harith tornò a sorridere poi aggiunse - Io non ti dirò qual è il mio sogno, ma te lo mostrerò... dopo che avremo fatto onore al caffè ed alle ciambelle al miele della cara Fatima."
Il sole, intanto, comparso all'orizzonte, stava lacerando l'ultima foschia  del crepuscolo del mattino, permettendo al giorno di avanzare veloce. Harith fece un cenno e un giovane si avvicinò; lo sceicco gli bisbigliò qualcosa all'orecchio e quello si allontanò veloce.
Un profumo di caffè e di ciambelle fritte saturava l'aria tutt'intorno, proveniente dalla zona riservata agli ospiti, nella tenda dello sceicco.
Il giovane passò un braccio intorno alla vita della ragazza  e un fremito di piacere la percorse tutta; il  corpo  ancora rigido,  Letizia non sapeva quasi dirsi se a procurarle quei fremiti fosse l'aria fresca del mattino oppure la violenza delle sue emozioni.
Harith si tolse il mantello e lo posò con delicatezza sulle spalle di lei che sollevò su di lui gli stupendi occhi sfavillanti sotto le lunghissime ciglia di seta e con un sorriso  lo ringraziò.
Lui la guidava con tenera sollecitudine. Ogni tanto lei sbirciava verso di lui,  il naso adunco e il mento da animale da preda, il profilo sottolineato dalla breve barba, che nel loro insieme gli conferivano una certa somiglianza  con  i simulacri di antichi guerrieri:  bellissimo e un po' selvaggio.
Richiamato da quello sguardo, Harith si chinò sul suo capo;  a lei parve che vi avesse deposto un bacio e tornò a fremere.
"Vieni." la sollecitò.
Il caffè era già sul vassoio quando raggiunsero la tenda e la vecchia Fatima era già pronta a servirlo. La ragazza, però, si liberò del mantello, che restituì al giovane e prese il vassoio dalle mani della vecchia poi, movendosi agile ed  aggraziata nella veste di seta lucida color cipria,  sotto lo sguardo compiaciuto di Harith cominciò a servire; offrì prima  il caffè poi le ciambelle ancora calde e sfrigolanti,  scegliendole una per una  con  le lunghe dita da artista e deponendole nel piatto davanti al giovane; dopo sedette accanto a lui e si servì da sé.
Fatima la scrutava, tra l'incuriosita e la sospettosa, ma Letizia le chiese del dolcificante con un sorriso così radioso, che il volto rugoso della donna si distese immediatamente, poi sorseggiò il suo caffè con un cenno del capo di sincero gradimento.
“Oh! – anche Harith stava sorseggiando il suo – La cara Fatima ne sarà molto compiaciuta, – disse girandosi a guardare la sua nutrice – Lei, però, non ha mai assaggiato il  caffè alla panna e cioccolato che nelle  Botteghe del Caffé   della tua Torino, mia piccola Letizia, delizia il palato… tra una conversazione e l’altra…”
“Parli del Bicerin?”  domandò lei.
“Parlo proprio di quella deliziosa bevanda.” assentì lo sceicco, finendo di sorseggiare e addentando l’ultima ciambella al miele.
Quando nei piatti  e nelle tazze non ci fu più nulla, lasciare traccia di cibo era irrispettoso per l'ospite, Harith si pulì  la bocca sul dorso della mano e si alzò.
Letizia lo imitò;  ringraziò entrambi, sia Harith che la sua nutrice e  fece l'atto di allontanarsi. Lui la trattenne per un braccio mentre con l'altro si sistemava il mantello.
"Aspetta, Letizia. - disse - Ho una sorpresa per te."
"Una sorpresa?"
Lei si fermò; lui fece un cenno affermativo del capo e la prese per mano, guidandola verso l'esterno. La vecchia Fatima le mise uno scialle sulle spalle. La ragazza si girò per ringraziarla con un sorriso, poi seguì il giovane che, in silenzio, proprio come chi  pregusta il sapore di una sorpresa,  le fece attraversare il campo, quasi del tutto deserto  a quell'ora, salvo sentinelle e qualche mattiniero.

Vicino alla Fontana del Fico, quasi al limitare del campo, trovarono il giovane con cui Harith poco prima aveva scambiato qualche parola. Reggeva le briglie di uno splendido cavallo bianco, che tese al suo sceicco prima di allontanarsi.
"Ecco, piccola Letizia. - Harith la inondò di uno sguardo unico e particolare,  quello da cui la scintilla del desiderio sprigiona già al primo incontro... al primo incrociarsi di sguardi. - Il tuo sogno!...  Il principe delle favole, senza macchia né paura, che col suo cavallo  bianco ti rapisce e ti conduce in un luogo incantato!...E' il tuo sogno, hai detto...  Io ho qualche macchia, ma non ho paura e sono qui per realizzare il tuo sogno e condurti in quel  luogo incantato!"
"Oh! - proruppe lei, colta di sorpresa, mentre un lieve rossore le scivolava lungo le guance rilucenti del riflesso del primo sole del mattino - Io non so che dire..."
Lui la guardava incantato.
"Posso aiutarti a montare?" domandò.
Lei fece un cenno affermativo del capo; aspettava  il fuggevole attimo in cui si sarebbe consumato il contatto dei loro corpi... Era preparata ad emozioni e turbamenti, eppure, per   la seconda volta, si lasciò cogliere dalla sorpresa: non s'aspettava  quell'eccitazione, quel vellutato piacere, quando lui le cinse la vita con entrambe le mani e nel sollevarla la tenne così vicino a sé da confondere sguardi e respiri; non s'aspettava la indicibile eccitazione prodotta dal seno serrato e palpitante contro il petto di lui mentre la portava sù, prima di deporla sulla sella.
Per un attimo lei lo guardò dall'alto poi, con un balzo, lui le montò alle spalle e insinuò le braccia sotto le sue braccia, intorno al busto, per attirarla a sé e lei si trovò seduta con le ginocchia sul collo dell'animale e con le gambe sulle ginocchia di lui. Trattenne il respiro, sotto l'empito di  una violenta emozione, rigida e tesa, nelle braccia di lui che  con una mano la sosteneva per  la vita e con l'altra reggeva le briglie. E fu allora, quando lo sguardo cadde sulle sue mani, che si accorse della ferita ricucita e ancora fresca tra il polso e il dorso della mano sinistra di lui.
"Ti sei procurato questa ferita battendoti con sir  Richard per me, sceicco?" domandò.
"Chiamami Harith, piccola Letizia… Sì! - assentì lui con un sorriso - Te l'ho detto, dolce gazzella, sono pronto ad affrontare un'intera tribù per i tuoi occhi azzurri."
Lei girò il capo per guardarlo in volto; le guance, poi le labbra si sfiorarono.... pochi secondi.
Letizia ammutolì...  e non solo per l'emozione, ma  anche per lo stupore: si aspettava che Harith la baciasse e la stringesse forte, ma lui non lo fece, nonostante negli occhi gli brillasse quella luce irrequieta con cui nessuno l'aveva mai guardata prima.  Gliene fu grata e ne fu delusa al contempo, ma quel vago timore che per giorni non l'aveva abbandonata l’afferrò quasi di sorpresa.
"Sir Richard si è battuto per mia sorella. – disse, cercando di rendere la voce il più incolore possibile - Adesso   Atena è una donna libera che può decidere della propria vita come ha sempre fatto, ma... ma io, Harith? - una lieve incrinazione nella voce, che proprio non riuscì ad impedirsi di avere - Cosa sono io? Quale sarà il mio destino?"
"Oh, Letizia! Luce degli Occhi Miei! - proruppe lui,  fermando il cavallo e lasciando andare le redini sul collo dell'animale - Non hai ancora capito che non è il tuo destino ad essere nelle mie mani,  ma è il mio destino ad essere nelle tue?" le mormorò sulla bocca, poi l'avvolse in un abbraccio, le gambe avvinte alle sue, in un spasmodico intreccio di braccia, mani, bocche.   Il seno di lei palpitava contro il torace di lui tambureggiante.
Harith appoggiò la guancia a quella di lei, s'inabissò nel fulgore azzurro dei  suoi occhi e le liberò il capo dal velo; lei lo lasciò fare.

                     

Inebriato, lui le tirò indietro la massa setosa e bionda dei lunghi capelli e la baciò; prima sulla fronte, poi sugli occhi e sulla guancia, per tornare ancora alle palpebre, che lei aveva abbassato,  ma  che lo facevano impazzire per il tesoro che vi nascondevano. Finalmente si fermò sulle labbra.  Lei fremeva e in lui il desiderio premeva, durissimo, come un fiore che spinge per aprirsi. Nelle labbra di lei semiaperte vi trovò sapore di latte e miele; lo stesso che era nella sua bocca. Pago, ma non sazio, passò alla gola e al collo ed a quella tenera curva, proprio fra gola e collo, irresistibile richiamo dei sensi eccitatissimi.
Per qualche attimo lei restò immobile a ricevere amore, intimorita dall'audacia  di lui ma anche timorosa che smettesse; la bocca di lui continuava a cercarla, insieme alle mani ed a percorrerla con grande delicatezza. Poi, egli  le prese una mano, che  portò su di sé. Prima timidamente e timorosamente, poi con più sicurezza, lei si lasciò guidare nella scoperta del corpo di lui... ricerca e scoperta eccitante, terrificantemente meravigliosa. Continuò a "cercarlo" ed a scoprire la sua diversità e lui le lasciò la mano... libera di esplorare da sola.
Tornò da lei. Cominciò sbottonandole la veste di seta aperta sul davanti; uno per uno, i numerosi  bottoncini si arresero sotto le dita eccitate. Il corpetto della veste, aperto, scivolò sulla spalla sinistra, mostrando il tesoro nascosto. Si chinò per saziarsi di baci e inebriarsi del profumo di quella pelle bianca e morbida; le abbassò le bretelle che reggevano il seno, ma lei lo trattenne.
"No!”
Un monosillabo, ma riuscì a fermare il grande predone.
Harith allentò la stretta; un lieve bacio sui capelli, poi le sistemò la veste.
"Non temere. - la rassicurò - Non temere, Luce degli Occhi Miei! Non farei nulla che non volessi anche tu."
"Non... non hai risposto alla mia domanda, Harith. – lei si ricompose, il volto fiammeggiante -  Io... io vengo da una terra dove le donne non si mettono più in vendita da molto tempo e... ed ora  non so se sono una donna ancora libera."
"E io ti ho risposto, mio bene infinito! - Harith si chinò a sfiorarle una volta ancora la guancia - Capisco, però, le tue paure, ma... ricorda, mio bene,  le donne di Sahab sono donne libere." aggiunse, poi, afferrate le redini, lanciò il cavallo al galoppo.
Lei lasciò correre un lungo istante prima di chiedere:
"Vuoi dire che se il lord inglese non fosse riuscito a battere quell'Alì, mia sorella Atena avrebbe potuto rifiutare di diventare la sua terza donna... quell'Alì ha già due mogli, io so… Perché ne voleva una terza?"  continuò, in tutta ingenuità.
"Ah.ah.ah"... - rise il giovane, poi spiegò - Allah gli permette di avere quattro  mogli se può mantenerle dignitosamente, ma... forse, queste cose tu non puoi ancora capirle, piccola Letizia."  sospirò, sfiorandole i capelli con le labbra in un gesto tenero e sensuale insieme.
Lei fece l'atto di prendere la parola, ma esitò; lui continuava a sfiorarle la nuca con la bocca.
"Non le capisco, infatti e non le capirò mai.- proruppe lei - Quando l'amore busserà al mio cuore sarà per sempre e solo per un uomo e non permetterò a nessuna donna  ..."
Harith non la lasciò finire.

(continua)

brano tratto dal libro
 

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