QUELLA NOTTE AL GIGLIO

QUELLA  NOTTE  AL  GIGLIO
 

martedì 4 marzo 2014

“Quella notte al Giglio” – Un popolo di navigatori

 
È un brano del libro:  “Quella notte al Giglio” di Alfio Giuffrida
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM del sito  http://www.alfiogiuffrida.com/  ,sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo.

Un giornalista straniero, che sicuramente era in cerca di uno scoop, ma non aveva ritegno per la gente che soffre, fece un commento in verità poco felice: «In un grande palazzo di Roma, è scritta una epigrafe in cui si afferma che gli italiani sono, tra l’altro,un popolo di navigatori”. A questo punto direi che quella scritta dovrebbe essere cancellata e sostituita con un’altra, tipo: “un popolo di codardi”, giusto per non essere offensivo nei vostri confronti.» 
Kate lo guardò sbalordita. Si accorse subito che, nel suo resoconto, non aveva parlato bene del personale di quella nave, ma il suo discorso non poteva essere generalizzato a tutta la popolazione, per cui quella frase le era sembrata del tutto fuori luogo e lei non aveva nessun argomento di risposta.

 
Fu Alex invece a prendere la parola, sentendosi chiamato in causa come “italiano”.
«Con il suo commento, lei è già stato molto offensivo nei confronti di tutti noi italiani.», disse con tono serio e risentito. «Certo, in questa vicenda, come in tutte le altre che capitano quotidianamente sotto l’attenzione del mondo, ci sono stati degli italiani che si sono comportati male. Ma per ogni vigliacco, possiamo citare almeno dieci eroi, che fanno da contrappeso nel conto generale e lo fanno sbilanciare a nostro favore.
In ogni occasione si parla sempre delle cattive azioni, per il solo motivo che fanno più scena e fanno vendere più copie di giornali, dimenticando di ricordare quei membri dell’equipaggio che si sono ribellati alla follia del loro comandante, rischiando di essere accusati di ammutinamento, ma salvando, con il loro gesto, migliaia di vite umane.

Negli articoli che lei ha scritto, non si è parlato infatti del batterista dell’orchestra, che ha lasciato il suo posto sulla scialuppa ad un bambino e si è tuffato in mare, convinto di poter raggiungere la riva, mentre invece non c’è l’ha fatta ed è stato travolto dalle onde. Oppure dell’animatore del miniclub, che durante le operazioni di soccorso si è travestito da spider-man, intrattenendo i bambini finché non sono arrivati i soccorritori a trarli in salvo.
Tutte piccole storie di altruismo, che farebbero commuovere le persone, ma che non fanno cronaca. Non danno adito a critiche o pettegolezzi, per cui non le leggiamo. E lei, che conosce bene il suo mestiere, non le scrive. Ma non per questo può dire che siamo dei codardi.»
Il giornalista si rese conto di aver fatto una gaffe, ma non volle arrendersi. «Eppure siete voi stessi che avete accusato il comandante e tutto l’equipaggio di incompetenza e di codardia. Io sto solo ripetendo ciò che voi italiani avete detto.»

Alex lo guardò severo. «Lei ha voluto sentire solamente ciò che le faceva comodo per poter scrivere i suoi articoli in cui si parla male della gente, che sono i più richiesti e i più venduti. Ma non ha ascoltato quando abbiamo parlato del commissario capo della nave. Quello che molti già chiamano eroe. Eppure lei avrà sicuramente saputo che la sera del disastro egli ha aiutato moltissima gente a raggiungere le scialuppe per mettersi in salvo. E quando, finalmente, toccava a lui salire sulla scialuppa, ha preferito tornare nel salone ristorante per vedere se c’era qualche altra persona da salvare.
Ma è scivolato, rompendosi una gamba ed è rimasto li sul pavimento, pronto a morire per non avere il rimorso di aver dimenticato qualcuno, mettendo in pericolo la sua vita per la soddisfazione di aver dato aiuto a tutti quelli che erano da salvare. Fino a quando lui stesso non è stato tratto in salvo, 36 ore dopo il naufragio.  E quando i pompieri lo hanno raggiunto e portato via dall’incubo, da vero eroe ha detto solamente: «Non sono affatto rammaricato di essere ritornato al salone per controllare che non ci fosse più nessuno. Era mio dovere farlo! E dopo, ho sempre sperato nella salvezza ».  

Parimenti a lei non interessa scrivere qualcosa del comandante della capitaneria di porto di Livorno e della sua rabbia nel vedere che i soccorsi non venivano effettuati secondo le procedure previste e concordate per questi casi di emergenza. Certo non gli ha fatto piacere minacciare un suo pari grado e tacciarlo di codardia, ma ha dovuto farlo! Il suo alto senso del dovere, la sua professionalità e la sua appassionata indignazione glielo imponevano.
Ma anche in questo caso, quando qualcuno si è congratulato con lui, da uomo di mare ha subito detto di aver fatto solo il proprio dovere. Se oggi egli viene considerato un eroe, non è solo per ciò che ha fatto come coordinatore delle operazioni di salvataggio, o per la sua imperativa telefonata al comandante della nave, ma per l’accorato impegno che ha profuso nel salvare quelle anime bisognose di aiuto.

 
Perché nel compiere il proprio dovere vi ha messo dentro tutto se stesso. E adesso, la notte, non riesce più a dormire e piange e non si dà pace per tutti quei morti: «Se ripenso ai passeggeri che hanno perso la vita sulla Concordia, dico che è stata una sconfitta, perché alla fine non siamo riusciti a salvarli tutti. Salvare la gente è la nostra missione!» Ha detto egli stesso con la voce ancora rotta dalla rabbia.
Non si è parlato degli abitanti del Giglio, che si sono prodigati con ogni mezzo ad accogliere oltre 4.000 persone su un’isola dove, abitualmente, vivono solo 1.400 persone. Del Parroco, che ha aperto le porte della sua chiesa a una moltitudine di gente di ogni razza e religione, senza assolutamente preoccuparsi di ciò, ma solo allo scopo di dare aiuto al prossimo. Delle panche e delle navate di quel luogo consacrato, che in poco tempo si sono riempite di persone infreddolite, seminude, spaventate. Del prete che, per coprire i poveri naufraghi, ha usato le tonache dei chierichetti, le tovaglie dell' altare e persino i paramenti sacri.»
(continua)