La Persecuzione

La  Persecuzione

La persecuzione – recita il dizionario - è l’insieme dei tormenti e dei martirii patiti dal Cristianesimo nascente.
Naturalmente si può essere perseguitati per molti altri motivi, oltre che quelli religiosi: politici, filosofici, morali, etnici… e le donne, forse, più ancora degli uomini. Vediamo alcuni esempi, qui di seguito, presi non propriamente a caso:
 

                                                 

- CECILIA                       
Vittima del Paganesimo, è una santa che tutti conoscono; molte donne ancora oggi portano il suo nome: Cecilia.
Regnava l’imperatore Alessandro Severo.
A Roma, una nobile fanciulla diciassettenne, appartenente alla gens Caeciliae, andò sposa ad un certo Valeriano. La ragazza riuscì a convertirlo al Cristianesimo e con lui, suo fratello Tiburzio.
Dopo il martirio dei due, anche Cecilia fu arrestata e sottoposta a torture. Subì prima la tortura del fuoco, ma le fiamme la lasciarono miracolosamente indenne. Sconcertati, ma determinati ad ucciderla, i suoi persecutori finirono per decapitarla.
Numerose leggende sorsero, nel Medio Evo, intorno a questa figura di Santa. Non è ancora chiaro per quale motivo sia stata associata all’Arte e soprattutto alla Musica; certo è che ancora oggi viene considerata Patrona dei Musicisti.
 

                                            

 - IPAZIA
Meno conosciuta di S. Cecilia   (almeno nel mondo occidentale), Ipazia è stata una vittima del Cristianesimo.
Donna di grande cultura, Matematica, Astronoma e Filosofa, Ipazia visse nella seconda metà del terzo secolo a.C. ad Alessandria d’Egitto.
Era a capo di una scuola filosofica neo-platonica e della Filosofia diceva:
“… è uno stile di vita, una costante, religiosa e disciplinata ricerca della Verità.”
Il suo pensiero, libero e laico, attirava ai suoi insegnamenti una folla sempre più numerosa e ciò mise in allarme la Chiesa Cristiana nascente di Alessandria.
Sedeva, all’epoca, sul seggio episcopale della città, un certo Cirillo, le cui mire erano quelle di trasformare l’Episcopato in un Principato.
Il vescovo Cirillo si scontrò più volte con Oreste, il Prefetto di Alessandria: il secondo difendeva le proprie prerogative e il primo tentava di dominare la cosa pubblica oltre il lecito consentito.
Tra i due il conflitto fu inevitabile e assai acceso e fu in quel clima che maturò il delitto: Ipazia, amica personale del Prefetto, era ritenuta responsabile della mancata riconciliazione dei due.
Il vescovo Cirillo, per di più, era roso dall’invidia per il grande successo riscosso dalla donna ed era preoccupato dei suoi insegnamenti: una folla sempre più numerosa  frequentava la sua casa e accorreva alle sue lezioni. Tramò per la sua morte e fomentò contro di lei i suoi seguaci.
Era un giorno del marzo del 415 d.C. quando un gruppo di cristiani, guidati da un certo Pietro, attesero che la donna rincasasse.
Ipazia fu trascinata giù dal carro e condotta in una chiesa. Qui, ai piedi dell’altare, fu denudata, uccisa  e fatta a pezzi e i pezzi furono bruciati.
Respirava ancora quando le cavarono gli occhi.

 

                                           

- MANON ROLAND
Maria Giovanna Philippon, detta Manon, moglie del conte Roland de la Platière, ministro di Luigi XVI, fu una donna di vasta cultura, apprezzata e ammirata da tutti. Nel suo salotto letterario, a Parigi, si discuteva di arte, Letteratura, Politica, Filosofia; era, infatti, frequentato dai Girondini, intellettuali di idee moderate.
Come la storia racconta, i Girondini furono ben presto perseguitati dai Rivoluzionari più spietati, come Danton e Robespierre, proprio per la moderatezza delle loro idee.
Robespierre denunciò il conte Roland come traditore e nemico del popolo; Roland riuscì a fuggire e mettersi in salvo, ma Manon fu arrestata e condannata a morte.
Celebre la frase che pronunciò mentre, a bordo della carretta che la portava al patibolo, passò davanti alla statua della Libertà:
“Libertà… quanti delitti si compiono in tuo nome!”
Tre giorni dopo il conte Roland, appresa la notizia della sua morte, si dette morte a sua volta.

 

                                     

- CATERINA MEDICI
Il numero più elevato di donne immolate sull’altare della Persecuzione è da attribuire alla superstizione e la piaga più purulenta della superstizione fu la “caccia alle streghe”.
Furono tante le donne, accusate di stregoneria, che finirono sul rogo. Qui voglio ricordarne una soltanto: Caterina Medici, vissuta nel 1600.
Caterina era una ragazza molto bella, cresciuta in un borgo in provincia di Pavia e trasferitasi a Milano come domestica.
Furono la sua bellezza, la gelosia e la superstizione, a spingerla verso una morte orribile.
Giunta a Milano, lavorò nella casa di un ufficiale dell’esercito che, per sua sfortuna, si innamorò perdutamente di lei, tanto da indurre la gelosissima moglie ad accusarla d’aver usato pratiche magiche per sedurre il marito.
In seguito Caterina servì nella casa di un nobile, un certo Melzi, che, subito dopo il suo arrivo, cominciò ad accusare  forti dolori di stomaco.
Tanto bastò a Martino Delrio, autore di un insulso quanto pericoloso ed apprezzato (all’epoca) Trattato di Stregoneria, per accusare di stregoneria la povera Caterina.
Ad avvalorare la sua accusa ci pensò un altro fanatico personaggio: Ludovico Settale, medico, che riscontrò strane macchie sul corpo della ragazza.
“… opera del demonio.” sentenziò.
Sottoposta ad indicibili tormenti, la ragazza “confessò” tutto quanto le fu ordinato di confessare. Qualche giorno dopo salì sul rogo per essere bruciata viva.